Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...
il Dio Dando
FIB + Jennifer Gentle & Franklin Delano
le dispense di informatica
The Island
smeagol@fastwebnet.it
pavement85@hotmail.com
hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?
Sogno o son desktop?
stanotte ho sognato. ho sognato che suonavamo. aprivamo un concerto dei White Stripes. non a Blackpool pero'. in palestra. la palestra per antonomasia, quella con le spalliere e le corde sulle quali palla di lardo non sarebbe mai riuscito a salire.
mentre Jack e Meg white si travestivano da babbo natale nello spogliatoio maschile, noi attaccavamo a suonare. e io pensavo di iniziare con i bad religion. felice del fatto che ormai quei tre fottuti accordi non venivano neanche poi tanto male. la la la la la la la la do do do do do do do sol sol sol sol sol col distorsore. ecco. peccato che gli altri stessero suonando Haiti degli Arcade Fire. e io come una panna cotta tremolante imperterrito a levigare il mio plettro rosa con un po' di sano punk americano. al terzo minuto di noise pop degno dei primi Jesus & Mary Chain, arriva un tipo pelato e senza sopracciglia, tutto incazzato. Collina. il promoter dell'evento. ci stacca gli ampli e mi stampa il cartellino rosso in fronte.
che poi vagli a spiegare a quello che avevo solo sbagliato canzone, che capita nella vita di sbagliare. e fagli capire che in fondo la chitarra distorta non ci stava neanche poi così male. cioè, ok, ha ragione, devo un po' abbassare i volumi e accordare sta cazzo di chitarra che è mesi che me ne fotto. ma che ne sa collina delle accordature alla sonic youth?
niente da fare. lo strozzerei con jack. non white, neanche lo squartatore. il cavo. ma poi sai la FGCI il culo che mi fa se gli ammazzo collina.
faccio in tempo a lanciare la chitarra nel cesto da basket prima che il buttafuori dell'hiroshima, quello con la panza tanta che ti ci lanceresti contro, mi prende per il collo e mi porta fuori. ma la cosa più stronza del sogno, è che i JoinTime vengono immediatamente sostituiti dai Colya. ok che li ho visti ieri sera dal vivo e mi sono anche piaciuti; ma adesso che possano accedere ai miei sogni senza chiedere niente e oltretutto rovinarmi la serata, questo no. comunque, arriva sto nerdone sfigato col suo violino e inizia a fare il virtuoso che neanche joe satriani. e si mette a fare elanor rigby come ieri sera, saltellando su una gamba sola. collina sorride con le braccia conserte, e i white stripes travestiti da babbo natale si fanno una striscia di coca sulla panca dello spogliatoio. ma pensa te, oh.
grazie a una qualsiasi delle tante entità superiori, mi sveglio. e la prima parola che mi viene in mente è: Fassbinder.
vorrei che fosse l'una di notte per chiedere a gigi marzullo di telefonare alla sua amica interpreta-sogni e farmi dare una spiegazione. per poi liquidare marzullo con "fatti una domanda e risponditi da solo, coglione."
ma a parte questo. si puo' sapere perchè tutta la mattina ho pensato a Fassbinder senza sapere chi o cosa fosse? un essere mitologico, l'evoluzione del tamagochi, una cura dimagrante...
e poi vado a scoprire su quel mattonazzo del libro di storia del cinema che Fassbinder non è una razza di cani danese, bensì un regista tedesco degli anni 60. per inciso, morto prematuramente per overdose. un figo insomma.
me tapino. starò forse impazzendo?
ieri sera amici - siii, bello, ah, un po' d'azione è quel che ci vuole! - e amiche - minchia che fiiiiigo colin farrell! - mi trascinano al cinema. Alexander.
- comunicazione di servizio: se hai visto Troy e ti è piaciuto, fuggi finche sei in tempo -
non che mi aspettassi chissà quale film epocale. mi bastava un prodotto ben confenzionato alla Il Gladiatore. uno di quei film che si aggrappano a qualche nome importante, un alto budget, solide scene di battaglia iper-digitali e un po' di buoni sentimenti.
in Alexander non c'è niente di questo, a parte i soldi.
Oliver Stone, mica l'ultimo coglione arrivato a Hollywood, ha girato film come Platoon e Natural Born Killers, tutt'altro che spregevoli. questa volta s'è scavato la fossa da solo, volendo strafare con una pellicola lenta (tre ore, più effetto dilatazione temporale) prolissa, ripetitiva e verbosa, di una banalità tediosa che non posso sopportare.
Oliviero Pietra si fa aiutare da Robin Fox Lane, professore ad Oxford considerato uno dei maggiori studiosi di Alessandro Magno. come dire, "io c'ho Robin Fox e il mio film è costruito meglio del tuo, Ridley". e infatti in diverse interviste l'ormai senza senno Stone si lancia in critiche poco costruttive nei confronti di un Gladiatore non molto fedele alla Roma dell'epoca. ma poi, in nome di Zeus e tutti i suoi figli illegittimi, il cinema è cinema. per i documentari storici rimango a casa a guardarmi Piero Angela e figlio legittimo.
Alexander puzza di mera ricostruzione storica senz'anima, fine a se stessa. Certo, c'è da fare i complimenti agli addetti ai lavori per la resa dettagliata di Babilonia. stupenda, senza ombra di dubbio. ma ormai lo sanno anche i bambini che con il digitale tutto è possibile.
ricostruzione storica, sicuro. peccato che Alexander, personaggio contraddittorio come pochi, venga dipinto come un idiota, un immaturo sostenuto da amici fedeli e non che gli parano continuamente il culo. grande condottiero inconsapevole di tutte le morti provocate, neanche poi troppo carismatico, colmo di problemi esistenziali e gay represso. ok, scelte del regista. sicuramente discutibile quella di affrontare il tema dell'omosessualità. niente di male nel farlo, ma perchè truccare Efestione come un travestito e calcare con tante parole l'amore tra i due, se poi non c'è un momento intimo, valido e profondo tra i due eroi, mentre ci viene mostrata un'inutile scena di sesso con la moglie Rossane?
non sembra neanche poi tanto Grande questo Alessandro. figlio di Zeus, forse. Religione e filosofia in secondo piano, si citano divinità continuamente ma nessun greco se ne sbatte più di tanto. cosa rimane?
La guerra. quelle scene di battaglia gloriose, quei campi lunghissimi, nell'infinito deserto. l'esercito schierato, immobile, pronto al discorso dell'immenso Alessandro. momento catartico. Colin Farrell, a cavallo, che va su e giù, avanti e indietro. c'è un po' di Braveheart e un po' di Gladiatore. niente di più però. e, tra le righe, il discorso del Magno sembra questo:
"tu, Paraculione. sei un ottimo soldato. la tua valorosa famiglia è crepata tutta perchè io l'ho mandata al massacro non mi ricordo quando. combatti oggi al mio fianco, in nome della libertà!"
"Siii, ahhhh! yeahhhh!"
evviva, clap clap. rimpiango assai Mel Gibson sulle Higlands fredde e verdi. rimango schifato da parole come libertà, e mi viene in mente il conquistatore Bush vs. mondo intero, in nome squisitamente dell'economia. rutto e vado a comprarmi da bere.
ritorno alla battaglia: caos collettivo, inutile cercare di capire qualcosa. i persiani guidati da Raz Degan, un uomo un perchè, sono solo macchiette. tutto già visto, interminabile e inutile, nessuna tattica comprensibile.
gli attori. Colin Farrell ragazzone belloccio, a me proprio non piace. de gustibus. Angelina -labbre gonfie- Jolie è mamma olimpiade, ambigua e fuori luogo. Val -polifemo- Kilmer è Filppo, babbo violento e azzeccato, uno dei pochi, imho. Anthony Hopkins, Tolomeo narrante, semplicemente inutile.
impossibile credere che qualcuno sia riuscito ad appassionarsi e magari anche a versare una lacrimuccia sulla morte di Alessandro. io, felice della sua dipartita all'Ade, non ne potevo più.
da evitare.
Oliver Stone
ripongo ancora deboli speranze per Scorsese.
ieri sera, noi su questo palco. un inserto extra-diegetico. conscio di una cosa: l'emergenza festival è una bella e semplice cazzata.
25 minuti, tre nostre canzoni, se così possiamo chiamarle, e un paio di cover loro.
il mi cantino non è partito. le preghiere al dio Bacco a qualcosa sono servite.
poi vabè, omino, spiegami perchè io in cantina suono 10 volte meglio. non bene, no. ma di solito prendo le corde giuste.
vogliamo parlare del proto-assolo di American Jesus? no, è meglio.
parliamo del fatto che credo di essere rimasto immobile nel mio metro quadro, senza dar fastidio a nessuno, con i miei occhialoni da sole a nascondere le mie faccine impanicate.
beh, merda, si poteva fare di meglio, eh.

ma vaffanculo va. è stato troppo bello.
Io. Non. T-T-T-T-Tremo...
perchè mai chiudersi in casa, a studiare al tepore, in queste giornate di splendida e fredda nebbia mattutina? quel freddo bastardo che ti entra nelle ossa, che ti tremano i denti anche a bocca chiusa. perchè restare tutto il giorno davanti al monitor samsung syncmaster 753s a fare riassuntini su Buster Keaton e il montaggio formale, quando fuori gli uccellini sono morti assiderati e il gelo s'è portato via anche la batteria della mia macchina?
alle 10 "tlang" chiudo il portone, i Bloc Party mi accompagnano alla fermata del 13, che quotidianamente parte senza aspettarmi. è provato scientificamente che quando perdo il 13 le pile del lettore cessano di vivere in piazza Statuto. sarà quella cazzo di storia che è il punto di energia negativa della città.
Palazzo Nuovo è sempre lì, non si muove. grigio su sfondo grigio. scale grigie, porte grigie, finestre grigie, muri grigi. dentro la solita gente colorata, gli universitari.
una brutta razza, l'universitario di palazzo nuovo, generalmente divisa in 4 categorie:
il poeta maledetto: colui il quale, guardando il cielo, ti fa: "oh ciao. come va? ti vedo esclamativo oggi". generalmente alto e distinto, vestito di scuro, si riconosce dal cappello di diverse forme e colori che nasconde la stempiata e dai soliti occhialoni neri. lo puoi sentire discorrere di filosofie orientali, lettaratura islandese o del suo nuovo cortometraggio esistenziale che ha appena finito di montare. niente zainacci e spillette: il poeta maledetto non ha bisogno di nulla con sè, e poi tanto ascolta musica classica lui, mica quei casinari degli Stooges.
sottocategoria: metallaro moderato. il metallaro moderato veste sempre nero con l'aggiunta di borchie luccicanti. è l'evoluzione in tutti i sensi del poeta maledetto: più scuro, più altezzoso, più capellone, più ingombrante, più attivo e più puzzolente (dorme con le scarpe ai piedi). egli a Rimbaud preferisce Coleridge, ma solo perchè è stato ripreso dagli Iron Maiden. Amante dello splatter, il suo orecchio è in grado di ascoltare ibridi di classica e metal classificati come epic o qualcosa del genere. socializza solo con i simili.
l'invisibile: pressochè normale. curato ma non troppo, bello ma neanche poi tanto. la sua identità rimane misteriosa. lo vedi dappertutto, ma lui non c'è. non ha mai un nome nè una voce. vai al cesso, ti giri, e un uomo invisibile sta pisciando di fianco a te. in assoluto e rigoroso silenzio, non fa rumore la sua pipì. ha pero' il dono dell'ubiquità. o forse è un clone. è abitudine incrociarlo una ventina di volte al giorno. egli, nonostante il suo mutismo, è l'unico in grado di laurearsi in tempi record per poi svanire nel nulla.
il fancazzista: egli può essere di qualsiasi fazione politica. ricco o povero, punk o indie, sfigato o modello, alto o basso, Valderrama o pelato. egli è un uomo normale, dorme senza scarpe. non s'addormenta mai prima delle 2am, e il risveglio la mattina è un trauma peggiore della nascita. gira avanti e indietro per i corridoi della facoltà in cerca di anime disposte alla socializzazione, e molto spesso non le trova. a lezione, alterna solitari momenti di viaggio trascendentale (no, non sta seguendo. guarda il prof ma si fa i benamati cazzacci suoi) e sane dormite. pigro di natura, non è solito praticare alcuno sport. fa il carico didattico il giorno prima della scadenza. cade spesso nel tranello dei pisolino pomeridiano, studia una media di 10 minuti al giorno e s'incazza quando in piazza Statuto le pile del lettore cd muoiono.
la donna: inetichettabile. decadente e trascurata, profumata e in tiro, bella e meno bella, sorridente o incazzata, frenetica o svampita, interessante o meno. è meraviglioso averla a Palazzo Nuovo. ma tanto, non c'è storia per nessuno: alla donna il fancazzista non piace proprio. subisce il fascino del poeta maledetto ma lo scarica subito dopo la terza poesia norvegese dedicata con amour. il metallaro puzza troppo, bleah. non è che la donna sta con l'invisibile?
oggi m'è venuta un'angoscia a vedere l'esame di storia del cinema. tutte quelle facce simpatiche mai salutate (un timido cafone, sono) alle prese con il primo esame.
io sotto mi cagai, e a febbraio lo spostai.
merda, venti giorni e anche io stipato in quell'aula con lo statino in una mano e il libretto dei voti nell'altra, balbuziente e tremolante. gasp.
Finding the River
mi ricordo ancora oggi quando comprai il mio primo cd. primo cd vero, eh, prima solo cassettine piratate.
me lo ricordo bene. avrò avuto 12, o 13 anni. non so per quale motivo, quel giorno mia madre mi trascinò con sè, al continente, a fare spesa. quello grande grande e caotico, con i parcheggi sotterranei e tutta quella gente fastidiosa che ti urta con i carrelli pieni di roba che io non avrei mai comprato.
come sempre, nessuna voglia di seguire la mutter al reparto frutta e verdura, e ancor meno quello del pesce. mi defilai così nella zona cd. tamarrissima. quella che c'è sempre qualche cestone pieno di cd di nino d'angelo e compilation unz unz summer parade con tanto di trentenne ingellato e fetente d'ascelle immerso nella contemplazione del greatest hits degli abba a sole 5 mila lire (eh si, bei tempi quelli). e poi, trascuratissima, la sezione pop rock,dalla A alla Z.
io quel giorno avevo in mente un album, sì sì. lo volevo veramente. non sapevo come si chiamasse, ma ricordavo il facile nome del gruppo e la canzone che volevo. LOSING MY RELIGION. tre parole la canzone, tre lettere il gruppo. non sapevo neanche in quanti fossero, nè come si chiamasse quell'inquietante cantante con pochi capelli che avevo visto qualche giorno prima nel video. solo una canzone, losing my religion.
cercavo e cercavo, tra i titoli di quel paio di album a disposizione. ma niente, merda. niente losing my religion. detestai il continente. in fondo, all'epoca non mi rendevo conto che andare in cerca di musica al supermercato era da eretici, oltre che da idioti.
ma io non potevo tornare a casa senza niente. ancora adesso non ne sono capace.
nelle mie mani due album. uno, chiamato Verde ma dalla copertina gialla. l'altro, Automatico per la gente, grigio e nero. il continente sempre più brulicante di gente gialla e verde. gente del cazzo, prendo quello grigio e nero.
Recuperai colei che avrebbe pagato il cd, e giunsi a casa. rimasi traumatizzato. mi bastò quella canzone, la prima. DRIVE. nera come la copertina del disco. l'arpeggio iniziale, il violino, la voce: "Hey kids, rock and roll / Nobody tells you where to go, baby". il pelato ora aveva un nome, Michael Stipe, e faceva paura. in quarta posizione, EVERYBODY HURTS. la prima canzone che imparai alla chitarra, qualche anno dopo. non la canzone del sole, everybody hurts. già, tutti soffrono.
ce n'era anche una cattiva, numero 8, dopo una paio di ballatone lacrimevoli: chitarre più dure e voce frenetica; prima del ritornello faceva "So fuck you man". IGNORELAND. terra di ignoranti. presidenza Bush senior, chissà a chi era riferito quel fuck you.
poi c'era quella praticamente perfetta, da cantare sotto la doccia, per strada, a tavola, dovunque. quella con tutti quei "yeah yeah yeah yeah" nelle strofe; if you believe, they put a MAN ON THE MOON. io non ci credo.
in ogni caso, elessi la canzone numero 11 come mia preferita. il piano e la voce dolce, l'orchestra. una cantilena, una ninna nanna prima di andare a dormire. tempo dopo seppi che NIGHTSWIMMING faceva riferimento all'AIDS, in quegli anni in cui giravano voci poco gradevoli sullo stesso Stipe, gay dichiarato.
non avevo losing my religion, ma ero soddisfatto. in un paio di anni, con le esigue paghette mensili con cui gli altri si compravano caramelle e pizzette da mangiare in classe, io mi feci la discografia completa dei REM. da quel capolavoro di Murmur allo sperimentale e sottovalutato New Adventures in Hi-Fi.
all'epoca nessuno dei miei coetanei sapeva chi fossero.
poi uscì Up. Bill Berry, non l'ho capito ancora adesso perchè, non c'era più. Stipe e soci sfondarono con un paio di video guadagnando popolarità ma perdendo fascino, si rilassarono sul divano davanti a mtv e fecero uscire un altro paio di dischi che furono deludenti un po' per tutti. ma questa è un'altra storia.
Anyone can play guitar? pt.2
c'è un posto, qui a torino, che ha segnato dei momenti belli della mia vita. ho visto gente coi controcazzi su quel palco, dai giardini di mirò ai sophia, dai perturbazione ai delgados, passando per sodastream e guided by voices. ho ballato e cazzeggiato allegramente, sotto quel palco. anche il capodanno 2004. ho pure fatto uno spettacolo teatrale in quella sala tutta nera, con tanto di 10 giorni di prove full immersion, durante le quali, non ditelo ai padroni, ho attinto a quelle sincere spine di birra.
mercoledì prossimo tocca a noi, JOINTIME, salire sul palco dell'hiroshima.
che bisogna vedere se li abbiamo i controcazzi, noi.
quello che è sicuro è che rientriamo nei canoni delle vere rock band.
c'è chi si presenta in sala prove con un pugno chiuso su una doppio malto, ghigno alticcio sulle labbra, strumento iper-tamarro sulle spalle, senza custodia. e che puntualmente maledice il pedale wha-wha senza pile: prima chitarra, anima ribelle e drogata del gruppo.
c'è chi, dopo ormai 40 anni di prove, ti urla regolarmente: "erri, cazzo di accordi sono?". e che quando si discute per un pezzo nuovo, si accuccia sul portatile e gioca a solitario: basso, pubbliche (e pessime) relazioni.
c'è chi ci apre sempre la porta mezza addormentata, ma poi picchia così forte su quei piatti mezzi sderenati, urlando a destra e a manca di abbassare i volumi: batteria, anima tecnica del gruppo.
c'è chi il tempo se lo dimentica spesso a casa, che sbraita per delle mezz'ore difendendo tesi che poi si rivelano ipotesi, e che poi sghignazza imitando il maiale castrato o le scimmie urlatrici. voce, anima pessimista del gruppo, presenza scenica.
dulcis infundo, c'è chi vorrebbe saper suonare la chitarra come J mascis e fare cover di pixies, jesus & mary chain, dinosaur jr. e pavement. ma la sua chitarra è lo-fi non per attitudine, come i pavement, ma perchè le sue dita incidentate sono in grado di comporre solo elementari power chords con l'aggiunta di qualche nota stonata. seconda chitarra, anima riflessiva del gruppo.
la seconda chitarra s'è rotta il cazzo di scrivere.
mercoledì 19 gennaio, ore 21, hiroshima mon amour.
chi vuole venire venghi pure, gli altri che rimangano pure a casa a guardarsi quella pagliacciata del ristorante.
p.s. meglio la frutta, che di verdura ne è pieno il frigo. grazie.
2 + 2 = 5
E' da ieri che non si fuma più nei locali. c'è chi gode. chi dice "una volta si fumava al cinema, ora non ti passa neanche per la testa: ci abitueremo". e poi c'è chi, dopo una pizza salamino piccante, o durante una guinness alla spina, non può farne a meno. per non parlare del caffè la mattina.
che poi Sirchia è un sarchiapone. deve avere un omino del cervello difettoso. quest'estate gli era venuta la brillante idea di cancellare dalla storia del cinema le scene di fumo. eeeh già, quei poveri bambini che a 7 anni si guardano terminator 8 la vendetta. sì sì, Sirchia. non possiamo permettere che quei bimbi vedano della droga in tivvù, no no.
Tagliare Bogart che stabacca. inconcepibile.
mi viene in mente "Fino all'ultimo respiro", Godard, 1960. film splendido. un Jean Paul Belmondo con la sigaretta in bocca dall'inizio alla fine, spenta una s'accenda l'altra.
o Sirchia, bruciamo la pellicola di Godard?
comunque.
berlusconi. niente sigarette. accendo la TV. pubblicità. cerottini per smettere di fumare. rete4. berlusconi.

Alla regia c'è un giapponese, nonostante il cast sia quasi completamente americano; un cast comprendente l'arcinota Sarah Michelle Gellar, aka Buffy, e un Bill Pullman che non sa più che film fare.
quindi, Takashi Shimizu alla regia, lo stesso autore del film originale, "The Grudge - Ju on: Rancore", uscito nel 2003 e con sceneggiatura risalente al 2000.
ma, c'è sempre un ma, in The Grudge c'è lo zampino di Sam Raimi, che produce il film. Per chi non lo conoscesse, Sam Raimi è autore del film cult "La Casa" e dei più recenti "The Gift" e "Spiderman"; a mio avviso, regista che da "Soldi Sporchi", 1998, non ne fa una giusta.
l'ammazzavampiri Gellar sembra che abbia subito una plastica facciale. non che mi aspettassi chissà quale recitazione, ma mi sto autoconvincendo che in Buffy, nonostante sia banalmente idiota come telefilm, la Gellar sia più al suo posto, come idolo dei teen-agers.
Anyway, Buffy/Karen è una studentessa che, trasferitasi in Giappone con il boyfriend, studia e cerca lavoro. infermiera.
Le viene affidata un'anziana signora, più morta che viva. La casa della vecchia nasconde strane presenze, e ha un passato recente poco gradevole (massì, quella mezza dozzina di morti che fa sempre bene).
Se nella versione americana di Ringu, visto e stravisto da cani e porci, la sceneggiatura è solida e intellegibile, e dietro alle morti si cela un mistero comprensibile e affascinante, in The Grudge questo si perde. Il rancore del titolo si trasforma in rabbia, una rabbia a diffusione psicologica che sembra solo un veloce espediente per giustificare morti e spiriti malvagi.
L'idea di una struttura a flashback non è male, e alternare presente e passato disorienta lo spettatore e lo tiene sulle spine. se pero' nella scena finale il presente e il passato si fondono, e la Gellar si muove come un fantasma nel passato, ecco, si scade nel ridicolo.
L'idea della casa infestata (ecco che viene fuori il Raimi che conosciamo) potrebbe reggere. ma gli spiriti hanno il dono dell'ubiquità e si spostano da un angolo all'altro di Tokyo, seminando morte e paura; e l'angoscia di "entrare" coi personaggi nella casa viene meno.
aggiungiamo una somiglianza spaventevole, sia per aspetto che per movenze, tra la bambina di The Ring e lo spirito capellone di The Grudge; personaggi per niente approfonditi (il ragazzo di Buffy è un rincoglionito, la vecchia "vegetale" della casa non si sa che significato abbia); attori poco brillanti e un finale folle che, ma dai?, lascia spazio a un seguito (l'importante è che non si inventino qualcosa come "The Grudge 0: la genesi". potrei inorridire)
E poi e poi...e poi ci sono i soliti luoghi comuni dell'horror, sangue, mutilazioni, la penombra degli interni (che porc...accendete sta luce in casa! che c'avete, lampadine da 5 watt? certo che poi avete paura...). Che all'ennesimo film horror nippo-americano io non ci casco più, e anche quando il mostro più cattivo appare all'improvviso e pianta un rutto da invidia, rimango impietrito sulla sedia a respirare aria di persone impaurite che ruminano pop corn.
Dopo tutto questo sproloquio sarebbe giusto che mi noleggiassi o scaricassi l'originale del 2003, ma, sinceramente, il mio livello di masochismo nel sangue in questi giorni non è abbastanza alto.
Concludendo, il prezzo del biglietto è valso solo per una figura emblematica e affascinante: l'ispettore Nakagaua, o Nakagawa. insomma, uno stronzo nel vero senso del termine. un uomo che riesce a indagare peggio di Sarah Michelle Gellar, e fa una gran bella fine. grandi risa. merita un premio oscar come miglior attore non protagonista.
Nakagata.
That's Me in the Corner (Where are the Spotlights?)
hanno ucciso l'omino del cervello, credo.
sicuramente è entrato in coma etilico. e se è ancora vivo starà galleggiando nel rum, senza pera.
è che non mi regge l'alcol, l'omino. ma dev'essere successo qualcos'altro.
bene. ho deciso di scoprire come e quando è successo. non è ancora stata trovata l'arma del delitto. una soffiata dei servizi segreti bulgari ha portato a galla una bottiglia di barbera doc oltrepo pavese, ma non basta.
quello che ormai è quasi certo è che l'omicidio è avvenuto durante le prime ore dell'1 gennaio 2005. che strano, oserei dire.
bene. ho deciso che non me frega un cazzo, indagini finite. senza l'ometto del cervello si vive benone. niente malditesta nè giramento di neuroni.
bando alle ciance.
questo 2005 porta già i suoi nuovi frutti:
1) ho finalmente capito a cosa servono i treppiedi. credo ne comprero' uno.
2) ho inventato un cocktail. si chiama "Respect": 3/4 di vino brulè, 2 dita di limoncello e uno spruzzo di succo alla pesca. devastante. (un ringraziamento particolare a Dario Sly per il nome)
3) ho riso che mi fanno ancora male le mandibole. o sono le mascelle. insomma quella roba lì attorno alla bocca.
4) ho partecipato a un toga party, molto, come dire, sesso, droga e hip-hop (s'è tentato di ascoltare qualcosa come almeno pearl jam, niente da fare: questo capodanno hanno vinto i black eyed peas)
5) ho preso una multa di 35 euretti, sosta vietata.
6) ho capito che se supero i 160 in autostrada, la JoinTime mobile potrebbe decollare.
7) ho riflettuto sulle donne: io proprio non le capisco.
8) ho ri-ri-ri-ri-ascoltato i Lovers, in sacrosanto silenzio, con le lacrime agli occhi. l'aria che respiri è piena di fantasmi.
9) ho iniziato "il conto dell'ultima cena" di un certo Andrea G. Pinketts. toglietemi tutto ma non il mio Pinketts, lo adoro.
10) non ho ancora litigato con i miei.
insomma, non è cambiato un cazzo, litigi e omino a parte. sono sempre qui a bandire le ciance, e a scrivere, tanto bello scrivere. a scrivere di quello che è stato, senza sapere quello che sarà. forget tomorrow.
forse un altro fottuto anno davanti.
i sempre più insopportabili placebo cantano con voce molkesca che ci sono 20 anni per andare. there are twenty years to go. dove poi vogliano andare non l'ho capito. a sanremo già ci sono stati, io non saprei dove indirizzarli.
quello che ho capito, invece, è che 20 anni, i miei 20 anni. 1985-2005. sono già andati. quindi, quindi...quindi. quindi?

amenità assortite
anyone can play guitar
coffee and cigarettes
incenso alla vaniglia
kino
the soundtrack of my life