Forget Tomorrow

Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...


sto ascoltando:

il Dio Dando

ho salterellato davanti a:

FIB + Jennifer Gentle & Franklin Delano

sto leggendo:

le dispense di informatica

ho speso 4,5 euri per:

The Island

c'hai probbblemi? minchia vieni qui a dirlo!

smeagol@fastwebnet.it

msn

pavement85@hotmail.com

hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?

 
venerdì, 25 marzo 2005

On Fire

corre l'anno 1989. in Inghilterra gli Stone Roses esordiscono con un'album omonimo, un'album pop che suona fresco anche adesso, nel 2005. in America gli spacemen 3, dei ragazzi bruciati che suonano la chitarra seduti per terra, pubblicano il loro quarto album, Playing with fire. che musica sia ancora non l'ho capito, space rock, post qualcosa, psichedelia pura, forse. loro ci giocano col fuoco. a Boston non si gioca col fuoco. a Boston c'è il fuoco. C'è On Fire, di questi tre ragazzetti appena lauerati. On Fire, il loro secondo album. Galaxie 500. la galassia 500. il nome fa quasi paura, mi immagino electro-pop futuristico anni 80. per anni li rinnego. poi me li procuro, cominciando dall'album di mezzo, che se spesso il primo è immaturo e l'ultimo è sempre un po' svenduto, sull'album di mezzo vai sempre sul sicuro. e rimango folgorato da questi Galaxie 500. capita raramente di innamorarsi al primo ascolto.
i Galaxie 500 sono in tre. niente di meglio che una bassita, un batterista e una chitarra neozelandese che canta pure. canzoni da 4 minuti, canzoni da 3 accordi. una chitarra che suona esattamente come la mia Epi vecchia e scassata. quel suono di chi infila il jack in un ampli usato, senza un minimo di distorsione nè effetti strani, e ripetutamente la sol do, la sol do. una chitarra che può piacere solo a chi suona, a chi fa finta di saper suonare. essenziale, quasi sgradevole. un basso minimale, che quasi non lo senti. una batteria soffice ma sempre presente. una voce, che se è vero che si chiamano Galaxie 500, proviene dal futuro. una voce che è difficile descrivere, quella di Dean Wareham. una musica suonata sotto l'acqua e una voce che arriva dal cielo. falsetto e cori alternati dalla sola musica, un vortice che bussa alla porta della psichedelia senza mai entrarci, una chitarra fluttuante che cresce secondo dopo secondo, con arpeggi e assoli che sarei in grado di fare anche io, ma senza quella intensità. fino alla trance dell'ultimo secondo, lo stesso secondo in cui la sveglia suona e pensi: cazzo, è stato tutto un sogno.
sostanzialmente ai Galaxie 500 non importava molto della tecnica, di diventare famosi o chissachè. le loro canzoni sono una la copia dell'altra, ballate eteree da ascoltare sdraiati su un prato guardando le nuvole muoversi. canzoni sognanti e malinconiche, ma una malinconia con una via d'uscita. non inquietanti quanto i Red House Painters, nè solenni o deprimenti. canzoni che partono da un sussurro di chitarra e crescono, canzoni di 4 minuti che si incazzano e iniziano a scalpitare, pur sempre nella loro leggerezza. e la voce si fa sempre più calda, le chitarre si intrecciano e la batteria pulsa frenetica.
c'è sempre qualcuno a supportare i Galaxie. ci sono altre chitarre, c'è un meraviglioso sax solista di uno dei musicisti della band di Tom Waits in Decomposing Trees, e una voce femminile, quella della bassita Naomi Yang, in Another Day. E poi, ci sono tre cover, che senza conoscerle suonano tali e quali alle altre canzoni, tre tasselli in più a completare l'atmosfera. Isn't it a pity di George Harrison, Victory Garden dei Red Crayola e la splendida Ceremony degli appena nati New Order, più bella, in my happy opinion, dell'originale.
se dovessi scegliere 5 dischi da portare con me su un'isola deserta, On Fire sarebbe uno di quelli.

Now, I'm crawlin on the floor
Makin noises like a dog
Makin noises you can't hear
Starin at the wall
And waitin for your call
When, when will you come home?

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 02:29 | link | commenti (6)
the soundtrack of my life

sabato, 19 marzo 2005

I Don't Belong Here...

sabato, folle sabato. credevo fosse sabato sera, invece era venerdì. le giornate universitarie si assomigliano tutte. solo la domenica resta quella giornata del cazzo, da abolire.
sto sabato-venerdì sera happy when it rains si reca in uno dei locali più "in" di torino. "The Frog". la rana. anzichè no, "il The Frog", con doppio articolo che fa più tamarro. happy when it rains è pronto già da una settimana a questo evento. sa che la sua presenza è obbligatoria, e si mette l'anima in pace. sogna da due giorni Sean Paul che lo assale constringendolo a fare la danza del ventre davanti a mille mila di fighetti ingellati. happy when it rains, per niente rassicurato da questo fatto, si copre il ventre con quattro magliette dai colori bizzarri e prega il "motore immobile" che c'è lassù da qualche parte affinchè nessuno dei fighetti ingellati abbia l'istinto animale di cartellarlo senza motivo.

massì, che noioso...conosci gente, ti diverti; balli. conosci gente, ti diverti, balli, conosci gente, ti diverti, balli, conosc...

1) conosci gente.
l'unico approccio della serata è stato con il buttafuori: "ehi, non puoi uscire con la bottiglia fuori".
eccheccazzo - tutto attaccato che fa viuleeenza - dico io. ho pagato ben 5 euri per questa birra munita di limone inficcato dentro, cosa vuol dire che non me la posso bere fuori? ah, intuisco. potrei spaccartela in testa, se solo avessi voglia di farlo. filosoficamente, in atto sono un coglione con una birra in mano, in potenza un feroce assassino notturno. ma allora non hai fiducia in me, testa d'anguilla.
rientro, glu glu glu, esco e fumo. are you happy now?
2) ti diverti.
un sacco, cazzo, un sacco. beh certo, ci sono i tipi neri yo-yo! con cappellino storto e occhiali da sole che un sorriso te lo strappano. tutto il resto è noia. il deejay - che amarezza - vuole fare l'uomo di spessore facendo girare avanti e indietro il disco con le dita. peccato che la puntina sia distante dieci centimetri dal disco. ma tanto, la gente non se ne accorge. il clima è molto amichevole: i ragazzi sono così simpatici che se li guardo per più di due secondi mi fissano in modo strano. lo leggo negli occhi, ormai, il loro "cazzo vuoi, ah?". le ragazze, bellissime. bionde, brune, rosse, ci sono tutte. si muovono, sorridono, stanno bene. forse non sanno che le piogge acide minacciano il nostro mondo, gli Ikara colt si sono sciolti,  Tiziano Ferro ha in programma un nuovo album, e i Franklin Delano stanno finendo il loro concerto in qualche centro sociale di Torino, senza di me. ci penso due secondi, le guardo, e mi deprimo.
3) balli.
ok, happy. ce la puoi fare. hai una birra media e tre "glappe cinesi alle lose" in circolo, un'altra birra in mano. quanto basta per sbattertene di ciò che accade attorno. 
"sei un pezzo di legno, ma che ti frega? perchè non puoi ballare al ritmo di jennifer lopez, in quei 10 cm2 di spazio a disposizione, perchè no? in fondo la puzza di sudore non è così acre, e sei stai in punta di piedi la faccia non è ad altezza gomito"
"dai, omino, non scassare. un altro po' qui seduto, sto quasi bene. non ho neanche ancora le piaghe da decupito sul culo..."

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 03:25 | link | commenti (8)
coffee and cigarettes

giovedì, 17 marzo 2005

I'm a Loser, Baby...

capita che le serata si capovolgono. una sera stai sopra il palco, chitarra sulle spalle strette e plettro giallo tra le dita tremolanti. hiroshima, mon amour. la sera dopo sei sotto il palco, un po' di stanchezza sulle spalle strette e una birra rossa tra le dita ferme. ogni tanto guardi quel palco illuminato, quel rimasuglio di nastro adesivo sul legno del palco, e dici: cazzo, ieri sera ero lì sopra, proprio lì, sul nastro adesivo. una sera sei il chitarrista dei JoinTime, che non importa che siano conosciuti solo da quei quattro amici che anche se fai cagare ti diranno: "sei stato grande". sei il chitarrista, sul palco, a sudare freddo di fronte a quelle 17 persone contate. a suonare col cuore, visto che le dita non sono all'altezza e l'omino del cervello s'è impadronito della mente e continua a urlare "vaffanculo, vaffanculo a tutti, viva il rock'n'roll!". per la cronaca, classificati quarti alla seconda serata di un'inutile concorso.
la sera dopo sei nello stesso posto, ma sotto. sopra questa volta c'è Sondre Lerche. un simpatico bambinone norvegese. da non amare nè odiare. da ascoltare e dire: "cazzo, è proprio bravo!". e poi tornare a casa e non ascoltarlo mai più, forse. Io me lo vedo, il Lerche, che dalla Norvegia, zaino in spalla, prende un volo insieme al suo amico biondo, armato di chitarre e quattro parole di italiano - prego, grazie, arrivederci, mozzarella - e si spara quella mezza dozzina di date, davanti a quel centinaio di persone a serata che gli permettono di pronunciare "prego, grazie, arrivederci" e di mangiare un po' di mozzarella, ogni tanto. e poi torna nella sua casetta immersa nel verde, a fischiettare Sleep On Needles e scrivere una manciata di canzoni seduto davanti al caminetto, tutto solo. chi lo sa, potrei sbagliare, certo. se vedete Sondre Lerche alla guida di un Porsche accompagnato da una modella polacca avvisatemi.
quindi vaffanculo a tutti gli MTV-rappers coi catenazzi al collo, i macchinoni e le tipe strafighe, vaffanculo ai Marilyn Manson e alle Britney Spears prodotti a tavolino e pieni di soldi, vaffanculo anche ai Good Charlotte che quel riff di chitarra stracopiato dalla storia del rock fa ridere anche i polli norvegesi, vaffanculo agli Stone Temple Pilots e viva i Pavement, Sondre il Lercio e soprattutto il socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax. amen.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 02:32 | link | commenti (7)
the soundtrack of my life

giovedì, 10 marzo 2005

Darlin’ don’t you go and cut your hair?

Oggi mi sono tagliato i capelli. anzi, me li ha tagliati mia madre. non vado dal parrucchiere da...uhm...3 anni. e si vede.
ogni due mesi, poggio il culo sulla sedia del soggiorno, davanti allo specchio, e inizio a cristonare. oggi mi ha quasi tagliato l'orecchio. era squillato il telefono.
poi mi stufo, si mamma, basta così, e me ne vado.
il fatto è che odio il barbiere o parrucchiere o come si chiama. odio dover andare lì, aspettare seduto a leggere riviste tipo Chi, Gioia o l'Espresso. nessuno mai c'ha una cazzo di rivista di cinema o di musica. comunque stai lì, aspetti una mezz'oretta a guardare il tagliatore di capelli e la sua vittima ultracinquantenne parlare di immigrazione. che ormai la gente è stufa di parlare del tempo. e allora, ma si, questi albanesi che ci tolgono il lavoro, bla bla bla. brrrr. poi tocca a te. ed ecco il domandone: 
"che taglio facciamo?"
che taglio facciamo. non so. il taglio, ok? li tagli e basta. magari stia anche zitto, per piacere. che stavo pensando in santa pace ad Athens e i REM che suonano nelle chiese sconsacrate. 
"ma corti?"
no, me li allunghi se riesce. anzi, vorrei a sinistra tutte treccine, cresta in mezzo e dreadlocks a destra.
io di questi tipi qui ne ho conosciuti due in vita mia.
uno sta sotto casa mia. calabrese DOC. ci andava mio padre, e quindi i peli della mia tranquilla infanzia se li è presi tutti costui. Engico, mi chiamava, con la G. "che taglio facciamo, Engico?" cazzo è da 10 anni che vengo, ancora sta domanda? Il Taglio. questo mi fumava in faccia. io non so, credo sia l'unico barbiere d'Italia a fumare in faccia ai clienti. che poi uno che ti taglia i capelli ti sta vicino che gli senti l'alito. e questo, un taglio, 20 minuti, si faceva minimo due sigarette. sottofondo musicale Ramazzotti Eros. la sua cavia, zac zac. quello che aveva capito è che doveva tacere. niente albanesi con me, please. ogni tanto ci scappava la domanda "come va a scuola?", con conseguente risposta monosillabica "bene". ogni tanto anche il grazie.
l'altro, sta anche lui sotto casa mia. pero' di quelli ipergiovanili, che ti fanno anche il look che aveva Brad Pitt durante quel campo in profondità di quella scena di Ocean's Eleven. visibilmente gay, e anche da lontano. questo s'attaccava a parlare di Juve, come se per un maschio fosse elementare sapere a memoria la formazione completa dei quarti di finale champions league 89. io nell'89 giocavo coi lego. e di certo adesso non mi metto a studiare il passato della Giuve. e poi mi impiastricciava di gel unterrimo, ipertamarro e dall'acre odore di merda. brividi. anche lì, Ramazzotti Eros. dev'essere una fissa dei tagliatori di capelli.
Sta di fatto che qualche anno fa mi ruppi le beneamate di udire "cioè, tipo quando Birindelli ha crossato quella palla..." e assoldai la mutter come tagliatrice ufficiale di capelli.
oggi mi sono tagliato i capelli. c'eravamo io, mia madre e Bruce Sprinsteen a intonare The Ghost of Tom Joad.
già. ma perchè ho raccontato questa storia?

But I don’t care, I care, I really don’t care...

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 02:07 | link | commenti (12)
coffee and cigarettes

domenica, 06 marzo 2005

Il Cielo su Berlino



Torno a casa con 5 freddi giorni in più da raccontare. che uno è quasi sempre felice di tornare, tornare a casa, dagli amici e dalle solite cose. poi mette piede in Italia, gli amici hanno le stesse facce e poche cose da dirti, Torino è sempre la stessa e le solite cose, beh, domani rinizieranno. e così ti rendi conto che vorresti essere ancora lì, anche solo per un giorno, a Berlino.
perchè?
- la gente è rilassata e posata, gentile quanto basta senza essere stucchevole o assillante.
- perdersi nei meandi della U-Bahn è molto più eccitante di aspettare il 13 per delle ore.
- non ci sono cacche di cane sui marciapiedi.
- la vita è cara, tanto quanto l'Italia. con l'unica differenza che la birra te la regalano e i cd costano la metà.
- le bionde berlinesi dagli occhi di ghiaccio. il massimo.
- la Berlino da vedere, il muro, i musei, l'archittettura, Alexanderplatz, Potsdamerplatz e chi più ne ha più ne metta.
- il Kebab di Kreuzberg, quartiere turco, anarchico e punkettone.
- la vita notturna di una città che non spegne mai la luce.
- le Kartoffeln, ottime.
- l'arte, anche quella di strada, ha vita più facile.
- quella sorta di profumo di libertà, di grandezza, di aria pulita, nelle larghe strade di una città che si sta costruendo una storia nuova.
- la neve si posa sulle strade e non si scioglie.

e mentre l'Italia stava comoda seduta a guardarsi il Festival di Sanremo e i fottuti americani si confermavano più incivili degli iracheni, la Berlino indie era al concerto dei Trail of Dead e Dead Meadow, vicino alla stazione Ostbanhof, tra birra, stage diving, due batterie e tre chitarre, un suono sporco ma potente, tanta di quella gente che a Torino la si vede solo per Laura Pausini. c'ero anche io, solo ma felice. nel quartiere più cesso di Berlino, intrufolato tra biondi 1 metro e 90 con la magliettina di Bright Eyes. non poi così lontano da casa.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 16:27 | link | commenti (15)
the soundtrack of my life, amenità assortite

 

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