Forget Tomorrow

Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...


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hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?

 
giovedì, 28 aprile 2005

Milano.

A Milano, di notte, c'è il mare. E' un mare di persone che, nascoste dall'oscurità, nuotano da un locale all'altro per pescare o per farsi pescare, un po' esche, un po' squali disinvolti e impacciati. E' un mare di guai, nelle bische volanti di Piazza Tirana, dove un dado e una pallottola rimediano sempre un buco di troppo. E' un mare in burrasca alla disperata, frenetica ricerca del divertimento prima che faccia giorno. E' un mare di equivoci in cui i travestiti brasiliani si spacciano per ex ballerine Oba Oba, ostentando, anzichè la voce delle sirene, baritonali listini dei prezzi. E' un mare che a tratti può apparire deserto e ti sembra che non ci sia in giro nessuno, ma sai che è profondo come l'oceano e, come l'oceano, abitato. E' un mare in cui potersti perderti se non ci fossero le luci dei locali aperti a farti da faro, se non ci fossero finestre illuminate anche in palazzi quasi completamente addormentati, come a dirti che a Milano le case dormono con un occhio solo. E poi ci sono i fari delle auto che dragano la città per mettere a fuoco una tentazione. I buchi dei dadi, dei proiettili, delle siringhe, delle narici da dove esce muco ed entra cocaina, i buchi del corpo umano eletti a custodi del piacere della carne. Da tutti questi buchi, di notte a Milano, fuoriesce l'acqua, da tutti questi buchi, al mattino, l'acqua rientra e nessuno ha il coraggio di ricordare che a Milano, di notte, c'è il mare.

(Andrea G. Pinketts, da "il vizio dell'agnello")

Bloc Party.

mentre i Parens, il 25 aprile, sono in piazza Vittorio a saltare goffamente davanti ai Modena City Ramblers, io e Lucio, il 25 aprile, siamo a Milano.
Milano grigia come sempre l'ho immaginata. Milano chi ti vende dolci alla nutella, e con sommo sbigottimento, scopri che al posto della nutella c'è la mela. Milano coi cessi della stazione a pagamento, grande resistenza della vescica nella festa di Liberazione.
Milano, il Transilvania e i Bloc Party.
la somiglianza tra il Transivania e il locale pieno di gnocca e lupi mannari di "dal tramonto all'alba" è macabra. ma siamo sempre a Milano, e infatti sul palco si presentano quattro COglioni con la C e anche la O maiuscola: i Deasonika. fintamente metal, incapaci, spiritati e cattivi, involontariamente comici. cercano di rovinarti la serata con le loro interminabili lagne apocalittiche. tempo di cambiare gli strumenti e ricoglionirsi con musica a volumi spropositati, ed ecco che i Bloc Party giungono sul palco. nel giro di due canzoni mi ritrovo a smanacciare per trovare aria respirabile e visuale decente. assumo strane forme, divento piatto con la regia dei Vanzina, incasso gomitate in faccia con onore. l'omino del cervello suggerisce di posizionarsi attorno a sincere fanciulle truccate: più morbide, meno invasate, e anche più profumate. così mi ritrovo sotto l'ascella di una bionda che profuma di rosa. vabè, rosa appassita.
 e i Bloc Party?
ah, giusto.
i Bloc Party sono i Bloc Party. Singer nero come i muri del Transilvania, batterista nipponico, bassista ricciolo e cattivo, chitarrista bambino sfigato. sono affabili. piacciono, fanno ballare, sono allegri, positivi, giovani, carini e anche forse disoccupati. fanno quello che fanno perchè hanno voglia di farlo, e lo si vede dai loro sorrisi. attaccano con like eating glass, strano ma vero. l'album c'è quasi tutto, e in più un paio di canzoni dall'EP e una nuova chicca che a primo impatto sembra ottima. difficile dire quale sia stato il momento migliore. certo che helicopter, banquet e price of gas spaccano il culo anche ai Franz Ferdinand.
facciamo in tempo per il bis, e alle 23.20 finisce tutto. ed ecco due coglioni che si precipitano fuori dal locale tarantiniano, non ancora l'alba ma già passato il tramonto, e corrono per le vie di Milano verso la verde piazza bande nere (or something like that). all we need is: time. e il tempo ci basta, per beccare l'ultimo treno disponibile, e riposarsi sulla Milano-Torino, cullati dai dialoghi interminabili di due rumene dai facili costumi.

Entrance.

dopo una bella dormita, un giretto a palazzo nuovo, un cinema e una lezione, serata all'Hiroshima.
Entrance è un pazzo. non ha neanche un sito suo. è un pazzo di quelli che servirebbero in questo mondo di merda. è un pazzo buono, un pazzo innocuo, un pazzo che suona con la faccia rivolta verso il muro, senza guardare le trenta persone che lo ammirano nello stanzone nero dell'Hiroshima. un pazzo timido, che si nasconde dietro la sua barba e i suoi capelli lunghissimi, e imbraccia la sua chitarra da mancino, sebbene la chitarra non sia da mancino, come se fosse un figlio. per poi abbandonarla dopo due canzoni dicendo: uhm. this guitar is broken. non suonerò più con questa chitarra.
canta le sue canzoni con quel tamburello che, passatemi il termine, lo chiamerei sonaglio, sonaglietto o che cazzo ne so, che proprio non so come si chiami. poi recupera la chitarra, quella rotta, l'accorda in, diciamo, 20 minuti, superando anche i miei record, appoggia il tamburello sonagliato a terra e lo pesta a tempo, mantenendo la concentrazione sulla chitarra. è un godere vederlo suonare, queste dita messe al contrario e il piede che cerca di controllare il, vabè, quello lì che c'è a terra.
il suo è blues. ma un blues strano, acido ma caldo, sinistro, neanche poi così blues da essere definito tale. è Entrance, cazzo. con la sua voce che si alza e si abbassa, la sua barba, il suo vestito nero, la sua preghiera perchè qualcuno a fine concerto gli venda del fumo, e il suo sguardo perso verso il muro.

Micah P. Hinson.

Esco a fumare dopo Entrance. Micah è lì, con il batterista e il bassista, amici sicuramente. fuma tranquillamente, è tranquillo, rilassato, guarda il poster dei Marlene Kuntz e si chiede con gli altri se si legga kunz o kanz. gli cade la sigaretta dalle labbre, la raccoglie imprecando qualche santo texano, e la finisce. fa per rientrare, ma il batterista ancora sta fumando. si gira, lo vede. sorride. esce di nuovo e lo aspetta. questo è micah P. Hinson.
un ventenne o giù di lì, qualche chilo di troppo, camicia profondamente americana, e cappellino spillettato sopra i due fondi di bottiglia.
torno dentro, e le mie gambe trovano uno sgabello. tutto l'hiroshima in piedi, happy when it rains sullo sgabello. mi sento privilegiato. e per questo mi sento in dovere di cantare le canzoni dell'amico P. non le conosco tutte, ma tre o quattro proprio mi si sono conficcate in testa da gennaio, e ogni tanto mi sveglio e canticchio quella prima frase: close your eyes...
Micah me lo aspettavo diverso, ma forse è un piacere vederlo correre da una parte all'altra del palco incrociando gli sguardi degli altri due. alterna un vocione caldissimo che mi piace davvero molto, a voci incazzate e urlate, isteriche. e ogni tanto, ecco che parte il distorsore, attacca la batteria e via schitarrate texane. 
sono giovani, cazzo, come i Bloc Party. hanno la mia età e vanno in giro per il mondo. farà strada, questo cantautore folk.
verso la fine, Micah presenta "one of his favourite songs". ed è anche la mia preferita, in assoluto: Patience. l'apice della serata e del disco.
si chiude con una cover di John Denver. senza bis.
perchè dopo due serate così, chi lo voleva il bis? 

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 01:30 | link | commenti (8)
the soundtrack of my life

domenica, 24 aprile 2005

Habemus Blog! (de inutilitatae post)

nuovo Papa (brrrr), nuovo governo (doppio brrrr) e nuovo blog. i Green Woodpecker. niente di transcendentale. quattro cazzoni più un picchio misterioso che credono di saper suonare.

e domani...Bloc Party a milano!

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 21:06 | link | commenti (8)
amenità assortite

sabato, 16 aprile 2005

what's wrong with you, people?

Io lo so che sono gemelli ascendente coniglio. sono una testa di cazzo che per riappacificare due uomini nervosi è capace di farsi prendere a cascate in testa. senza reagire, scappare. cascate vere, quelle che sanno di moto, benzina e limite massimo superato. sono sempre la stessa testa di cazzo che quando c'è da fare un discorso serio, di quelli compromettenti, si fingerebbe in coma, in letargo primaverile, a casa con la febbre a 45. l'omino del cervello rompe i coglioni. uno può sputare sul marciapiede quanto vuole, ma l'omino del cervello non se ne va. è lì, come un Bogart in Provaci ancora Sam, che ti dice: "è il momento, hai la situazione in pugno. il coltello dalla parte del manico. alza il culo e fallo!". io ci penso. al coltello. ne avevo uno, di quelli svizzeri con mille cazzate dentro. che ti ci pulisci anche le orecchie. ma me l'hanno fottuto all'areoporto, quella gentaglia in divisa; in nome del terrorismo. fanculo, omino del cervello. io non ce l'ho il coltello. io sono gemelli ascendente coniglio.
finirò l'università, se la finirò, senza aver rivolto una domanda a un qualsiasi prof del regno del cazzeggio, il DAMS. per paura. e poi il telefono. il mio nemico n°1. la gente lo piglia, se lo ficca teneramente tra orecchio e spalla, e con le mani si scaccola o fa disegnini minchioni su un foglietto di carta. per me la telefonata è un evento. da temere. che fai il numero e poi metti giù. e se l'ho fatto sbagliato? tac tac tac tac lo rifai. concentratissimo. sudi freddo. e se la voce che risponde non è familiare, lì son cazzi eh. la gente si incontra per strada, si guarda e non si parla. la gente s'incontra al telefono, non sa chi sia dall'altra parte dell'apparecchio ma sfoggia un pronto sorridente, falso.
non parliamo poi di quando una volta alla settimana mi chiamavano i Marxisti Leninisti. la mattina, presto. bastardi che ti bloccano davanti all'univesità, quando tu stai dormendo con i Red House Painters nelle orecchie. ti rubano il numero di cellulare, usando trucchi psicologici che ancora non mi spiego, e poi ti chiamano, e ti invitano alla riunione no global di sabato pomeriggio, bella bella, interessante interessante. che tu vaglielo a spiegare che non hai nulla contro di loro, che hai sempre votato rifondazione e che quest'america ti fa proprio cagare. pero' il sabato pomeriggio ho altri cazzi per la testa, dormo, suono, gioco, penso, studio, vivo. e vaglielo a dire, al telefono, a queste facce mai viste, queste voci mai sentite, che tu il sabato pomeriggio preferisci ascoltarti i Ramones in panciolle a casa. son cazzi, sono.
seghe mentali, vero. lo so che voi "numerosissimi" lettori parteggiate per l'omino del cervello. bastardi.
ho perso il filo logico.
merda.
vabè. prima o poi, quando i conigli manderanno affanculo i leoni, i JoinTime diventeranno i Green Woodpecker. e faranno post rock strumentale, folk-tronica minimale, noise, indie rock degno dei Modest Mouse, pop cristallino che farà una pippa ai Belle & Sebastian. ma lui, il singer,  avrà sempre la voce melodica. come Pomini dei DiscoDrive. con un po' più di voce.
i Green Woodpecker. il picchio verde. che JoinTime è proprio un nome di merda, vero?
spaccheremo. e se non ci credete, vi lascio un assaggio. il canto soave del Green Woodpecker.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 00:25 | link | commenti (14)
coffee and cigarettes

mercoledì, 06 aprile 2005

svariati motivi per sorridere anche quando non piove:

- La destra è stata stracciata alle regionali. yeah. Torino, provincia e regione sono rosse. vabè, facciamo rosa.
- Ho rubato un plettro tutto nero a mio cugino. ne vado fiero.
- Berlusconi per la prima volta alla tele, faccia a faccia con Rutelli e D'alema. Ghezzi ha la pappa pronta per domani.
- a quanto pare, reunion dei Dinosaur Jr. evento. speriamo non deludano.
- ho visto questo film, Princess Mononoke. e credo che mi abbia aperto la strada per il cinema d'animazione orientale. delizioso.
- Patrick Wolf al cafè Procope, con la solita gentaglia-musico-dipendente (come me, d'altronde). memorabile, lui grandissima presenza.
- questo giovedì sera, mi travesto nuovamente da chitarrista. JoinTime semifinalisti a EmergenzaRock. ma perchè? [Hiroshima Mon Amour, h.23.30]

...ma comunque è stata una soleggiata giornata di merda:

- non sto studiando niente. sono arrivato agli Mbuti, una popolazione fantastica, simpaticissimi. poi basta. stop, il nulla. manca poco al secondo esame.
- questo blog ferisce. si, brutta cosa. speriamo che le persone ferite possano capire. e tornare su questa pagina giallognola con il sorriso sulle labbra.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 00:41 | link | commenti (20)
amenità assortite

venerdì, 01 aprile 2005

Io Mi Rompo I Coglioni


La fregatura è che non tutti la pensano come te. persone con cui hai condiviso momenti, con cui la mattina ti divertivi a sfottere il prof di storia e filo di comunione e liberazione e la sera chiacchieravi di fronte a una guinness media e una sigaretta appena spenta. ecco, che cazzo.
tu te ne vai a vedere
Bugo, un grande bambino che non fa bis. Ti ritrovi alla Casseta Popular insieme al fido compagno di concerti Lucio, ti bevi la tua rossa con l'anima in pace, fai quattro amabili chiacchiere circondato dalle solite facce note che popolano le serate indie torinesi. E poi la musica, Tommaso e Gigi dei Perturbazione, i Chomski, quel folle amante del tonno di Dejan e, dulcis infundo, Bugo, il grande bambino che non fa bis. quello che quando si rompe i coglioni gli entra nel naso una polvere. e se non gli è entrata ieri sera, sta di certo che aveva bevuto il giusto. a quanto pare lui non si è rotto i coglioni. noi ci siamo divertiti e non poco, in quello scantinato, a due metri da Bugo e da quegli ampli più piccoli del mio, a urlare "questa storia è qualcosa di...di spettacolaaaaaaaaaaare", e ridere di un personaggio capace di tenere un accordo quasi un minuto per trovare gli occhiali da sole nascosti nella borsetta per sentirsi più figo. un evento, una piccola serata che vale più di un Heineken Jammin' Festival intero.
il giorno dopo non hai l'anima in pace. colpa dei freddi e fottuti sms, colpa delle solite parole di troppo, delle discoteche. è che qui, zitti zitti, siamo arrivati all'anno dei 20. qui sta la fregatura. università, sì sì, che figata. maturità, siamo grandi, facciamo il cazzo che vogliamo. e le strade inevitalmente si dividono. chi a un concerto preferisce una serata in discoteca, chi mette da parte i suoi pochi risparmi per una fotocamera digitale e qualche simpatico cofanetto o dvd, e chi preferisce spenderli in minigonne e ingressi nei locali; chi vorrebbe organizzare delle serate tra amici a casa, davanti alla tele, bottiglia in mano e una un film australiano o giapponese dentro il lettore, scambiarsi due opinioni e farsi tre risate; chi invece preferisce tirare tardi ballando house nel centro di Torino. chi ci tiene a raccontare quanto è stato divertente il concerto di Bugo, e chi Bugo non sa chi sia e non gli interessa affatto, perchè in fondo i cubisti dello Chalet sono molto più interessanti.
La fregatura è che mi cadono i coglioni, quando mi accorgo di queste cose. cadono i coglioni quando, detto tutto ciò, viene a mancare il rispetto, l'affetto, la considerazione e la fiducia di chi pensavi ti fosse vicino. quando qualcuno ti fa sentire diverso, quando si offende perchè perchè il sabato sera uscirai e bere qualcosa in compagnia di un paio di ragazze conosciute al mare anzichè spendere 15 euro per entrare nella già menzionata discoteca, tra fighetti di periferia e cubiste mezze nude.
non sono la persona che si crea il proprio mondo e rifiuta tutto il resto. ho viaggiato, ho visto e accettato tante cose diverse. ho amici di destra, e ci scherzo su, tollerando la faccenda. ho amiche che convivono con la musica techno da parecchi anni, persone che ragionano in maniera diversa da me, che amano cose che io detesto. ma pur sempre amici, veri e sentiti. quello che non tollero è solamente essere preso per il culo.
ma in fondo, come mi è stato detto, io sono pazzo ed è meglio che vada a farmi una dormita.
quindi, buonanotte.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 01:40 | link | commenti (15)
the soundtrack of my life

 

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