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On Fire
corre l'anno 1989. in Inghilterra gli Stone Roses esordiscono con un'album omonimo, un'album pop che suona fresco anche adesso, nel 2005. in America gli spacemen 3, dei ragazzi bruciati che suonano la chitarra seduti per terra, pubblicano il loro quarto album, Playing with fire. che musica sia ancora non l'ho capito, space rock, post qualcosa, psichedelia pura, forse. loro ci giocano col fuoco. a Boston non si gioca col fuoco. a Boston c'è il fuoco. C'è On Fire, di questi tre ragazzetti appena lauerati. On Fire, il loro secondo album. Galaxie 500. la galassia 500. il nome fa quasi paura, mi immagino electro-pop futuristico anni 80. per anni li rinnego. poi me li procuro, cominciando dall'album di mezzo, che se spesso il primo è immaturo e l'ultimo è sempre un po' svenduto, sull'album di mezzo vai sempre sul sicuro. e rimango folgorato da questi Galaxie 500. capita raramente di innamorarsi al primo ascolto.
i Galaxie 500 sono in tre. niente di meglio che una bassita, un batterista e una chitarra neozelandese che canta pure. canzoni da 4 minuti, canzoni da 3 accordi. una chitarra che suona esattamente come la mia Epi vecchia e scassata. quel suono di chi infila il jack in un ampli usato, senza un minimo di distorsione nè effetti strani, e ripetutamente la sol do, la sol do. una chitarra che può piacere solo a chi suona, a chi fa finta di saper suonare. essenziale, quasi sgradevole. un basso minimale, che quasi non lo senti. una batteria soffice ma sempre presente. una voce, che se è vero che si chiamano Galaxie 500, proviene dal futuro. una voce che è difficile descrivere, quella di Dean Wareham. una musica suonata sotto l'acqua e una voce che arriva dal cielo. falsetto e cori alternati dalla sola musica, un vortice che bussa alla porta della psichedelia senza mai entrarci, una chitarra fluttuante che cresce secondo dopo secondo, con arpeggi e assoli che sarei in grado di fare anche io, ma senza quella intensità. fino alla trance dell'ultimo secondo, lo stesso secondo in cui la sveglia suona e pensi: cazzo, è stato tutto un sogno.
sostanzialmente ai Galaxie 500 non importava molto della tecnica, di diventare famosi o chissachè. le loro canzoni sono una la copia dell'altra, ballate eteree da ascoltare sdraiati su un prato guardando le nuvole muoversi. canzoni sognanti e malinconiche, ma una malinconia con una via d'uscita. non inquietanti quanto i Red House Painters, nè solenni o deprimenti. canzoni che partono da un sussurro di chitarra e crescono, canzoni di 4 minuti che si incazzano e iniziano a scalpitare, pur sempre nella loro leggerezza. e la voce si fa sempre più calda, le chitarre si intrecciano e la batteria pulsa frenetica.
c'è sempre qualcuno a supportare i Galaxie. ci sono altre chitarre, c'è un meraviglioso sax solista di uno dei musicisti della band di Tom Waits in Decomposing Trees, e una voce femminile, quella della bassita Naomi Yang, in Another Day. E poi, ci sono tre cover, che senza conoscerle suonano tali e quali alle altre canzoni, tre tasselli in più a completare l'atmosfera. Isn't it a pity di George Harrison, Victory Garden dei Red Crayola e la splendida Ceremony degli appena nati New Order, più bella, in my happy opinion, dell'originale.
se dovessi scegliere 5 dischi da portare con me su un'isola deserta, On Fire sarebbe uno di quelli.

Now, I'm crawlin on the floor
Makin noises like a dog
Makin noises you can't hear
Starin at the wall
And waitin for your call
When, when will you come home?


amenità assortite
anyone can play guitar
coffee and cigarettes
incenso alla vaniglia
kino
the soundtrack of my life