Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...
il Dio Dando
FIB + Jennifer Gentle & Franklin Delano
le dispense di informatica
The Island
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hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?
Milano.
A Milano, di notte, c'è il mare. E' un mare di persone che, nascoste dall'oscurità, nuotano da un locale all'altro per pescare o per farsi pescare, un po' esche, un po' squali disinvolti e impacciati. E' un mare di guai, nelle bische volanti di Piazza Tirana, dove un dado e una pallottola rimediano sempre un buco di troppo. E' un mare in burrasca alla disperata, frenetica ricerca del divertimento prima che faccia giorno. E' un mare di equivoci in cui i travestiti brasiliani si spacciano per ex ballerine Oba Oba, ostentando, anzichè la voce delle sirene, baritonali listini dei prezzi. E' un mare che a tratti può apparire deserto e ti sembra che non ci sia in giro nessuno, ma sai che è profondo come l'oceano e, come l'oceano, abitato. E' un mare in cui potersti perderti se non ci fossero le luci dei locali aperti a farti da faro, se non ci fossero finestre illuminate anche in palazzi quasi completamente addormentati, come a dirti che a Milano le case dormono con un occhio solo. E poi ci sono i fari delle auto che dragano la città per mettere a fuoco una tentazione. I buchi dei dadi, dei proiettili, delle siringhe, delle narici da dove esce muco ed entra cocaina, i buchi del corpo umano eletti a custodi del piacere della carne. Da tutti questi buchi, di notte a Milano, fuoriesce l'acqua, da tutti questi buchi, al mattino, l'acqua rientra e nessuno ha il coraggio di ricordare che a Milano, di notte, c'è il mare.
(Andrea G. Pinketts, da "il vizio dell'agnello")
Bloc Party.
mentre i Parens, il 25 aprile, sono in piazza Vittorio a saltare goffamente davanti ai Modena City Ramblers, io e Lucio, il 25 aprile, siamo a Milano.
Milano grigia come sempre l'ho immaginata. Milano chi ti vende dolci alla nutella, e con sommo sbigottimento, scopri che al posto della nutella c'è la mela. Milano coi cessi della stazione a pagamento, grande resistenza della vescica nella festa di Liberazione.
Milano, il Transilvania e i Bloc Party.
la somiglianza tra il Transivania e il locale pieno di gnocca e lupi mannari di "dal tramonto all'alba" è macabra. ma siamo sempre a Milano, e infatti sul palco si presentano quattro COglioni con la C e anche la O maiuscola: i Deasonika. fintamente metal, incapaci, spiritati e cattivi, involontariamente comici. cercano di rovinarti la serata con le loro interminabili lagne apocalittiche. tempo di cambiare gli strumenti e ricoglionirsi con musica a volumi spropositati, ed ecco che i Bloc Party giungono sul palco. nel giro di due canzoni mi ritrovo a smanacciare per trovare aria respirabile e visuale decente. assumo strane forme, divento piatto con la regia dei Vanzina, incasso gomitate in faccia con onore. l'omino del cervello suggerisce di posizionarsi attorno a sincere fanciulle truccate: più morbide, meno invasate, e anche più profumate. così mi ritrovo sotto l'ascella di una bionda che profuma di rosa. vabè, rosa appassita.
e i Bloc Party?
ah, giusto.
i Bloc Party sono i Bloc Party. Singer nero come i muri del Transilvania, batterista nipponico, bassista ricciolo e cattivo, chitarrista bambino sfigato. sono affabili. piacciono, fanno ballare, sono allegri, positivi, giovani, carini e anche forse disoccupati. fanno quello che fanno perchè hanno voglia di farlo, e lo si vede dai loro sorrisi. attaccano con like eating glass, strano ma vero. l'album c'è quasi tutto, e in più un paio di canzoni dall'EP e una nuova chicca che a primo impatto sembra ottima. difficile dire quale sia stato il momento migliore. certo che helicopter, banquet e price of gas spaccano il culo anche ai Franz Ferdinand.
facciamo in tempo per il bis, e alle 23.20 finisce tutto. ed ecco due coglioni che si precipitano fuori dal locale tarantiniano, non ancora l'alba ma già passato il tramonto, e corrono per le vie di Milano verso la verde piazza bande nere (or something like that). all we need is: time. e il tempo ci basta, per beccare l'ultimo treno disponibile, e riposarsi sulla Milano-Torino, cullati dai dialoghi interminabili di due rumene dai facili costumi.
Entrance.
dopo una bella dormita, un giretto a palazzo nuovo, un cinema e una lezione, serata all'Hiroshima.
Entrance è un pazzo. non ha neanche un sito suo. è un pazzo di quelli che servirebbero in questo mondo di merda. è un pazzo buono, un pazzo innocuo, un pazzo che suona con la faccia rivolta verso il muro, senza guardare le trenta persone che lo ammirano nello stanzone nero dell'Hiroshima. un pazzo timido, che si nasconde dietro la sua barba e i suoi capelli lunghissimi, e imbraccia la sua chitarra da mancino, sebbene la chitarra non sia da mancino, come se fosse un figlio. per poi abbandonarla dopo due canzoni dicendo: uhm. this guitar is broken. non suonerò più con questa chitarra.
canta le sue canzoni con quel tamburello che, passatemi il termine, lo chiamerei sonaglio, sonaglietto o che cazzo ne so, che proprio non so come si chiami. poi recupera la chitarra, quella rotta, l'accorda in, diciamo, 20 minuti, superando anche i miei record, appoggia il tamburello sonagliato a terra e lo pesta a tempo, mantenendo la concentrazione sulla chitarra. è un godere vederlo suonare, queste dita messe al contrario e il piede che cerca di controllare il, vabè, quello lì che c'è a terra.
il suo è blues. ma un blues strano, acido ma caldo, sinistro, neanche poi così blues da essere definito tale. è Entrance, cazzo. con la sua voce che si alza e si abbassa, la sua barba, il suo vestito nero, la sua preghiera perchè qualcuno a fine concerto gli venda del fumo, e il suo sguardo perso verso il muro.
Micah P. Hinson.
Esco a fumare dopo Entrance. Micah è lì, con il batterista e il bassista, amici sicuramente. fuma tranquillamente, è tranquillo, rilassato, guarda il poster dei Marlene Kuntz e si chiede con gli altri se si legga kunz o kanz. gli cade la sigaretta dalle labbre, la raccoglie imprecando qualche santo texano, e la finisce. fa per rientrare, ma il batterista ancora sta fumando. si gira, lo vede. sorride. esce di nuovo e lo aspetta. questo è micah P. Hinson.
un ventenne o giù di lì, qualche chilo di troppo, camicia profondamente americana, e cappellino spillettato sopra i due fondi di bottiglia.
torno dentro, e le mie gambe trovano uno sgabello. tutto l'hiroshima in piedi, happy when it rains sullo sgabello. mi sento privilegiato. e per questo mi sento in dovere di cantare le canzoni dell'amico P. non le conosco tutte, ma tre o quattro proprio mi si sono conficcate in testa da gennaio, e ogni tanto mi sveglio e canticchio quella prima frase: close your eyes...
Micah me lo aspettavo diverso, ma forse è un piacere vederlo correre da una parte all'altra del palco incrociando gli sguardi degli altri due. alterna un vocione caldissimo che mi piace davvero molto, a voci incazzate e urlate, isteriche. e ogni tanto, ecco che parte il distorsore, attacca la batteria e via schitarrate texane.
sono giovani, cazzo, come i Bloc Party. hanno la mia età e vanno in giro per il mondo. farà strada, questo cantautore folk.
verso la fine, Micah presenta "one of his favourite songs". ed è anche la mia preferita, in assoluto: Patience. l'apice della serata e del disco.
si chiude con una cover di John Denver. senza bis.
perchè dopo due serate così, chi lo voleva il bis?


amenità assortite
anyone can play guitar
coffee and cigarettes
incenso alla vaniglia
kino
the soundtrack of my life