Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...
il Dio Dando
FIB + Jennifer Gentle & Franklin Delano
le dispense di informatica
The Island
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pavement85@hotmail.com
hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?
Estate.
Dopo la pioggia, ascolto Neil Young. accendo dell'incenso alla vaniglia. trovo del tabacco vecchio di secoli nell'armadio; riesco a girarmi una sigaretta. controllo che non ci sia nessuno in giro. i vecchi stazionano al piano di sotto, guardano la tivù bevendo birra. mi siedo sul balcone, sporco di sabbia e sudore arrivati dal ponteggio della casa di fianco. in maglietta, l'aria fresca che profuma ancora di pioggia, fumo tabacco vecchio di secoli e fisso un'enorme stella, l'unica che sia mai riuscito a vedere dal mio balcone. la luna chissà dov'è, stasera.
Pensavo che ogni tanto non ho niente da dire. nemmeno in questo momento. niente da dire, poco a cui pensare. potrei starmene svaccato su una collina a guardare siepi, senza neanche farmi sovvenire le morti stagioni. in silenzio, o ascoltando musica lenta.
vorrei che la vita fosse un film muto. vedere la gente sul pullman, all'università, al lavoro, per strada e in ogni casa, alzare dei cartelloni neri con scritte bianche quando c'è qualcosa di importante. ridere e piangere, senza parlare. senza mai abbassare lo sguardo. mangiare con la bocca e parlare con gli occhi. senza riempirsi le orecchie di frasi fatte, ma solo di buona musica. leggere, leggere tanto. scrivere, anche. distruggere tutti i telefoni, tutti. urlare senza emettere un suono, con la bocca spalancata e le braccia tese verso il cielo. camminare per la città e ascoltare i rumori: gli uccellini, le rotaie del tram, il vento, lo sfogliare di un libro, i passi, il fuoco che brucia, la neve che cade, le porte che cigolano. dimostrare l'amicizia e l'amore alle persone vicine non con uno squillo del cellulare o con una frase sdolcinata, ma con un'abbraccio sincero o con una sorpresa silenziosa.
sarebbe bello lasciar parlare un regalo, una poesia, una canzone, una lettera, una foto, un film. uscire dal cinema, guardarsi e sorridere. e poi camminare lentamente fino a casa, uno di fianco all'altro, senza dire niente - senza aver paura di dire niente - guardando il mondo che scorre.
"A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l'acqua e il vento che fischiava sulla cima degli alberi. Lo stesso vento che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso. Per un po' mi sono lasciato immaginare che ero morto e mi stava bene anche quello, almeno per un paio di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: morto. Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi. Dopo essermi immaginato come sarebbe stato se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te. Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito e sono tornato a esser contento. E' che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire."
Raymond Carver.
I'm sorry I'm late...
Molti sostengono che gli anni '80 siano stati una vera merda, musicalmente ma anche da diversi punti di vista. insomma, un po' tutti, alla parola anni '80, si immaginano quelle capigliature orribili dei telefilm americani, i Village People di YMCA, trucco pesante e tacchi a spillo, il degrado delle discoteche, sposerò Simon Le Bon. un mondo come minimo kitch, per molti trash. glam se vogliamo, un pelo electro-chic. una merda, non c'è che dire.
happy when it rains nasce nel 1985, insieme a quel capolavoro di Psychocandy dei Jesus & Mary Chain. nelle sale, Fuori Orario di Martin Scorsese.
effettivamente, happy when it rains nasce fuori orario. avrebbe voluto avere 20 anni nel 1985. per andare a comprare Psychocandy dopo averne letto l'impatto rivoluzionario sui giornali. se ne sarebbe sbattuto il cazzo happy when it rains dei vari Duran Duran. tanto c'erano gli Husker Du.
e poi happy when it rains avrebbe posato il suo stanco culo, una piovosa notte d'estate, in un cinema di periferia, ignaro della bellezza di Fuori Orario e del fatto che il folle Ghezzi avrebbe intitolato così il suo programma notturno.
e invece: nghè nghè.
2005, vent'anni dopo. happy when it rains si sente vecchio. i Duran Duran sono tornati alla ribalta. nessuno gliel'aveva chiesto però.
happy when it rains va al concerto dei Radio Dept. copia electro-sbiadita dei Jesus & Mary Chain. si vorrebbe sedere anzichè stare in piedi appoggiato al muro a osservare perplesso tre svedesi sul palco e quel centinaio di indie-snob-bloggers torinesi che commentano la notizia dei Franz Ferdinand a Sanremo. happy when it rains vorrebbe i Dinosaur Jr. su quel palco, vorrebbe vedere J. Mascis urlare stonato "I want youuuu...to show me the way...". happy when it rains non crede che i Radio Dept. siano così bravi come si dice in giro. non crede neanche che 8 euri valgano 50 minuti di chitarre svogliate e due colpetti alla tastierina.
stasera happy when it rains andrà a vedere The Aviator, di Martin Scorsese. che potrà essere bello quanto si vuole. ma non lo sarà mai quanto Fuori Orario di vent'anni fa.
è bello camminare la notte, e pensare che in fondo non fa così freddo.
pulirsi gli occhiali, in questa notte postuma come l'ultimo album di Elliott Smith, e cercare il tasto on nella tasca della giacca. camminare lentamente come quelle timide chitarre di qualcuno che è morto giovane e sottovoce, Elliott Smith.
guardare le scarpe che si allontanano dal cemento, e un'ombra nera che ti precede di poco. girarsi ogni tanto, quando sospetti che l'ombra nera sia qualcuno alle tue spalle, e tornare sui tuoi passi, sorridendo delle proprie paure.
accendere una sigaretta di quelle light perchè, where is my mind?, ho pigiato il tasto sbagliato alla macchinetta. spegnere la sigaretta in faccia a scanderebech, che a Torino è ovunque. neanche fosse fotogenico.
vedere le macchine che arrivano, si fermano: la gente che scende, saluta e va a dormire, come me. chissà dove sono state, tutte quelle facce, questa sera. facce che non amano il profumo della notte, e svaniscono in fretta dietro i vetri opachi dei portoni. macchine parcheggiate, troppe macchine. macchina ovunque, in doppia fila, sui marciapiedi. tutte uguali, incolori.
cani a passeggio e padroni stanchi, i semafori gialli che lampeggiano.
troppi pensieri, nessun significato, la notte.
ed ecco casa.
l'ultima vacanza con i miei, pasqua del 2003. le vacanze con i miei, che dici sempre solo "miei" o "tuoi" perchè forse è troppo angosciante dire "i miei genitori". devi dirlo in fretta, con una parola breve, "miei". che a quasi 18 anni i tuoi non li vorresti neanche vedere in casa, figurati in vacanza. ma l'Irlanda è l'Irlanda, e io ci potrei andare anche con gli acerrimi nemici che non ho. e poi in fondo voglio anche bene a questi "miei".
una settimana, un'auto noleggiata, qualche prenotazione ma non troppe, una cartina.
l'Irlanda, quell'isolotto vicino all'Inghiterra. tanto vicino quanto lontano. i "miei", sì, sempre loro, si sono conosciuti lì, anni, secoli fa. forse in un giorno di pioggia. l'Irlanda era diversa. era un paese povero, non c'era mica l'euro eh. faceva più freddo, c'erano maggiori tensioni politiche; era l'Irlanda dell'IRA, l'Irlanda dei film di Jim Sheridan. adesso l'Irlanda è più verde, più ricca e sorridente. vive di turismo, di fiabe e di folletti. di guinness, di gente che suona e di gente che lavora.
è difficile descrivere un qualcosa che si ama così tanto.
c'è un'aria fresca, in Irlanda. ci sono tanti colori, le nuvole che corrono veloci. ci sono immagini, luoghi semplicissimi, per molti banali, che non dimenticherò mai. un benzinaio abbandonato, bruciato, in mezzo alla strada. il cielo azzurro, il sole delle 9 del mattino, nessun rumore, un pub tutto blu all'angolo, non un'anima viva nel raggio di un chilometro.
ti rimetti in macchina, macini altre miglia, e finisci sulla costa. finisci qui, a guardare l'oceano dall'alto che ti
fa quasi paura, con un vento che ti spinge giù. Cliffs of Moher si chiamano. c'è un sentierino di mezzo metro, una linea al margine di queste enormi costiere. e ci cammini, lentamente, ascoltando i sonic youth a basso volume, per sentire ancora il rumore del vento. cammini, lentamente, e guardi avanti, tanto lo sai cos'hai di fianco, non fa più differenza, ormai lo vedi ad occhi chiusi questo spettacolo: ti sei fermato mezz'ora, seduto, a osservarlo.
di acqua ce n'è tanta qui. e poi ci sono questi fiori gialli e arancioni, dappertutto. non so, ho chiesto ma non ho mai capito che fiori sono. e mentre sei lì, che senti col piede quant'è gelida l'acqua, passa una pecora,
solitaria. così, appare dal nulla e scompare tra i fiori gialli, trotterellando. da adottare.
e allora te ne vai anche tu, ti rimetti in macchina e costeggi i fiori gialli, su stradine one way circondate da un profumato e verde nulla che farebbero invidia all'amico Kerouac.
e non c'è mai nessuno.
ma la gente c'è, eccome. e nella vecchia Dublin, c'è ben più gente di quanta ce n'è nei romanzi di Joyce. c'è anche tanto turismo, francesi, tedeschi, americani, giapponesi. italiani.
finalmente pioggia. un giro senza meta tra le strade grigie della città, con le cuffie a riscaldare le orecchie e i Camper Van Beethoven a riscaldare il cuore. poi Trinity College, un tramonto blu sul ponte del fiume Liffey, e tappa a Temple Bar, un milione di pub attaccati l'uno all'altro, su un'unica strada. che se fossi lì con i tuoi amici faresti una scommessa a chi arriva più lontano facendosi una piccola in ogni pub. c'è un ragazzo, giovanissimo, con una chitarra elettrica e un amp
lificatore lì per strada, che canta U2 e Coldplay. ma così bene che Bono inizia a starti sulle balle. dentro invece, il tepore, la cappa di fumo, la musica, quella irish, uomini allegri col naso rosso che alzano le loro birre scure, ragazze dai capelli rossi di cui ti innamori continuamente. poi arriva un sosia di andreotti, che lo scrivo minuscolo che se lo merita pure, quello vero. arriva e suona coi suoi due amici. e poi arrivano altri, chi con la chitarra, chi con l'armonica, e perchè no, c'mon, play with us! e la gente ride, scherza, beve e anche tanto, e ci sono famiglie, vecchiotti ubriachi, bambini scatenati.
ma l'Irlanda non è solo Dublino, anzi. ci sono piccoli paesucoli, villaggi perduti nelle colline, dove il turismo non arriva. questa qui sotto è Doolin, quattro case quattro, rosa, arancioni, verdi, bianche, rosse e gialle. io un giorno andrò a vivere laggiù, a Doolin. sopra la casetta rosa, sulla collina, c'è un bed & breakfast, a conduzione familiare. che tu dormi in queste camerette rustiche e pulitissime, ti svegli e vai a fare colazione in veranda, con i proprietari. e arriva questa mamma cicciona e sorridente, che ti chiede se vuoi un'altro bacon, se l'egg era cotto al punto giusto, e, mentre il marito legge il giornale in mutande, s'incazza coi figlioletti perchè fanno troppo casino. l'avrei abbracciata.
Gianni, come si fa a non amare l'Irlanda?

Oggi un folletto sorridente mi ha regalato un pezzo di universo. ha detto che è una fiaba...


amenità assortite
anyone can play guitar
coffee and cigarettes
incenso alla vaniglia
kino
the soundtrack of my life