Forget Tomorrow

Ship without a Rudder's like a Ship without a Rudder's like a...


sto ascoltando:

il Dio Dando

ho salterellato davanti a:

FIB + Jennifer Gentle & Franklin Delano

sto leggendo:

le dispense di informatica

ho speso 4,5 euri per:

The Island

c'hai probbblemi? minchia vieni qui a dirlo!

smeagol@fastwebnet.it

msn

pavement85@hotmail.com

hanno sbagliato strada *loading* persone, o forse *loading* volte la stessa persona?

 
venerdì, 26 agosto 2005

Ricordo una volta...(ovvero: il post più lungo della storia. di questo blog)


Fib-day 1:
Beaving the frost, o frosting on the beater?


si inizia con i Deluxe. non mi ricordo neanche bene cosa suonassero. evidentemente musica del cazzo. ma poco importa, basta pensare che mancano pochi minuti al vero inizio del festival. i Posies sono tutto quello che non mi aspettavo dal festival. in definitiva la musica che vorrei suonare, ovvero un incrocio tra il power-pop americano con ritornelli a due voci che ti entrano subito in testa, schitarrate grunge e pezzi quasi hardcore-punk, con una sensibilità melodica che troppe band sognano. tale Jon Auer, chitarrista in carne ha ben assimilato le lezioni dei REM, mentre l'uomo malato Ken Stringfellow è l'anima cattiva del gruppo, showman violentatore di tastiere ed esibizionista in mutande a fine del concerto.
più esaltato che mai mi butto su una crepe alla nutella e affogo la mia voglia di suonare con un litro di birra. intanto iniziano i Pholyphonic Spree, e l'area verde del fib diventa un isola felice: un musical anni '70, un'orchestra di mille tuniche colorate sul palco, cori, flauti e strumenti non pervenuti. "you gotta be good, you gotta be strong, you gotta be two thousand places at once" e una scaletta-areoplanino che vola nel cielo stellato di Benicassim. come prima giornata, può bastare. ai soporiferi Tears preferisco una chiacchierata con lei, e torno giusto in tempo per l'ultima canzone degli ex-suede, dimenticata dopo un paio di minuti. il sonno si fa sentire, ce ne andiamo a nanna macinando chilometri a piedi, sotto le lontane note di born slippy.

(The Posies)

Fib-day 2: Friday I'm In Love

venerdi 5 si inizia alle 5.30 con gli Austin Lace, gradevolissimo pop made in belgio. si cambia palco e si passa all'aria condizionata degli Zephyrs, band rivelazione, almeno per me: slowcorosi e desertici quanto basta, più voci, sound pieno, chitarrosi e rumorosi nei finali. viva la Scozia, mi porterei a casa quel cantante tenero e sorridente da piazzare in soggiorno con la mia banjo-guitar.
i Kills sono spaccosissimi, lui un Lou Reed che si muove come un cretino, lei un sogno nascosto da una frangetta nera. qualche canzone nuova non troppo esaltante che scambierei volentieri con una vecchia cat claw. peccato. meno male che c'è fried my little brains. difficile non muovere almeno i piedi.
blitz da Joseph Arthur, folksinger schizofrenico: a una bellissima ballatona voce-chitarra seguono pezzi di pseudo-elettronica campionata che sinceramente non capisco. me ne vado e lo odio. snobbo i poco atletici Athlete, i Lemon Jelly e i Mando "porco" Diao, attendendo con un po' di luppolo gli anticipati Yo La Tengo. che più ci pensi e più ti dici: cazzo, gli Yo La Tengo, io sono una formica di fronte agli Yo La Tengo. partono in sordina, si sente poco e male, la cosa mi disturba. l'attacco "Julie Christie..." di Tom Courtenay mi rende più felice, e salterello cantando a squarciagola papapapà...Ira Kaplan è un ciccione buono, la batterista una bella signora di mezz'età che riesce a picchiare e cantare con gran stile, il chitarrista un evidente amico dei Sonic Youth. ci sono i momenti dolci alla Little Eyes e Season of the Shark, ma sembra durare tutto troppo poco: niente I Heard You Looking, niente papapapà di You Can Have It All. cazzo. quando pero' parte quella tastierina fuori tempo e la batteria epilettica, è la fine di tutto: i 9 minuti e 30 di Blue Line Swinger diventano un quarto d'ora, ed è cosa giusta e buona, per i fan ma anche no. il migliore momento della giornata, senza dubbio.
ho rimosso dal cervello i miei movimenti delle due estatiche ore successive, senonchè ricordo di trovarmi seduto sull'erba per la fine del concerto dei Cure. Robert Smith è molto più ciccione e brutto di Ira Kaplan, ma checchè se ne dica ha ancora voce e carisma in abbondanza. la non-presenza di tastiere rende felice un po' tutti. lullaby viene una merda, peccato; ma il bis Friday I'm in Love / Boys Don't Cry è notevole, tutti cantano e per un attimo mi si stringe il cuore.
cazzeggiamo sonnolenti lontani dai temibili basement jaxx, e ci sorbiamo ormai in fase REM due canzoni dei Doves, che ok, bravini, ma molto meglio riposarsi per il gran giorno.

(Yo La Tengo)

Fib-day 3: Just Like Heaven

sabato siamo già in giro dalle 16.30: foto io e mike con Devendra, poi Winter Camp vincitori di progetto demo di chissà quale paese, che fanno egregiamente cagare. Devendra risolleva il morale, chiacchiera divertito, fa i suoi pezzi che conosco ahimè poco, una canzone dei Vetiver e una gran cover di Laurin Hill che fa cantare un po' tutti. bravo e simpatico. dieci minuti dopo e sono già pronti i Kings of Convenience, da me graditi ma senza grande esaltazione. eppure la loro ora scarsa sul palco è perfetta: i due fanno i migliori pezzi dall'album vecchio, molto delicatamente. Erlend è allegro, simpatico e cazzone, l'altro un dolce ragazzone che vorrei avere come vicino di casa per andare ad ascoltare i dischi da lui la domenica pomeriggio. i due riscuotono un notevole successo, ne sono felici e stravolgono la scaletta, consultandosi pezzo dopo pezzo. Erlend euforico ci comunica che ama in modo estremo il pubblico di Benicassim perchè uno ha la maglietta rossa, l'altro gialla, l'altro ancora blu e così via. mmh, ok. entrano violino e basso acustico, e pian piano si giunge alla splendida Toxic Girl, per concludere con il singolone I'd Rather Dance with You, con sorriso collettivo davanti ai passettini del nerd.
si mangia con sottofondo Kaiser Chiefs, che piacciono less and less.
Xiu Xiu graditissima conferma, era stato uno dei migliori concerti primaverili a Torino. ottimo finale con I luv the valley oh, e poi schizzo a vedere la fine dei Raveonettes. vengo ammaliato dalla bionda cantante, mi esalto quando fanno Love in a Trashcan e mi godo gli ultimi pezzi molto Jesus & Mary Chain. fuggo in tempo per evitare di udire i Keane, mi perdo i tre punti esclamativi per recuperare forze e mi nascondo con due loschi figuri nell'area internettofila, svaccato sul letto sotto unz unz unz.
il momento è catartico, litro di birra, ricompro le sigarette rubate e mi fiondo sotto il palco centrale con gli altri. anticipo. per le teste di limone questo ed altro. Evan Dando, si, lui, Evan Dando, monta il palco aiutato dall'uomo più brutto della storia del rock, ma anche forse il più grande, J. anyway, senza che me ne renda conto i LEMONHEADS attaccano, e io sono sconvolto. le canto praticamente tutte, bofonchiando qualcosa anche quando non mi ricordo le parole. ne fanno venti, trenta, forse quaranta: Into Your Arms, Confetti, Rudderless, It's a Shame About Ray...tutte, cazzo, tutte. non c'è mrs Robinson, ma chissenefrega, vaffanculo alla signora Robinson, finchè c'è una Hospital a sostituirla. Evan è un figo, ci guarda e sorride mentre urliamo "Cazzo di ferro!!" il batterista sorride e fuma, l'altro, boh?, non me lo ricordo, ma poco importa, perché i Lemonheads sono Evan Dando, che torna da solo con la chitarra e fa altre dieci o venti canzoni, quante erano? Evan è l’uomo più contento della terra. Io lo sono forse più di lui. Viene portato via con la forza, dopo una strepitosa Alison’s Starting to Happen. Tante canzoni, un solo assolo, Evan Dando. Un solo assolo. Evidentemente si può fare grande musica con il solito giro di do, senza troppi fronzoli. Quello che viene dopo, in ogni caso, è tutto il contrario. I DINOSAUR JR. sono mostruosi. Grandiosi, epocali, sono l’aggettivo superlativo più grande che riusciate a trovare. J Mascis sarà brutto e invecchiato spropositatamente. ma dategli in mano una chitarra, e da ciccione svogliato quale è si trasforma in un assassino. O meglio, lui rimane composto e continua a cantare come se si fosse appena svegliato. Ma la chitarra, ecco, non so che dire. Non so neanche che chitarra fosse, non ne capisco molto. Ma vi giuro che se mi sono sentito una formica di fronte agli Yo La Tengo, i dinosauri mi sono sembrati degli alieni, punto e basta. Lou Barlow? Mettete da parte il cantautore pacato di Emoh. Lou è una bestia, ha ancora vent’anni, suona il basso come il fratello Ramone, e urla come uno stronzo, quello YOU di Just Like Heaven, la migliore cover di sempre. E come si fa a non voler bene anche a Murph, un pelato senza cognome e con le orecchie a sventola, che si fa asciugare la testolina lucida da un amichetto che giunge dal nulla sul palco. Murph, cazzo, nessuno lo conosce Murph, lui ha davanti il signor Mascis e Lou, ma lui si che la sa suonare la batteria, non come quel raccomandato dei miei coglioni del figlio di Ringo, che un cognome ce l’ha, ma forse gli manca il talento.
quando sarò un vecchiettino rincoglionito, racconterò ai miei nipotini di quando ero in prima fila, contro la transenna, schiacciato da un pogo bastardo, davanti a tre stronzi con 800 amplificatori “volume massimo” sul palco a urlare “Come on babe, come on set me free, I've paid for my crime”. Dopo di loro i Radio 4 possono anche andare a farsi fottere. Mi perdo nei banchetti dei cd senza capire niente, e compro anche qualcosa. Vado a dormire frastornato.

(Evan Dando)

Fib-day 4: 'cause maybeeee...

alle 5pm di nuovo lì. Non so come si faccia a stare in piedi, tutti quanti. Più ore di concerti che di dormite. Ma eravamo lì per questo, no? Les Fauves, progetto demo italiano, non male, ma due canzoni non bastano per farsi un’idea. I Diefenbach pare facciano post rock, a me sembrano la versione metal dei Radiohead, a volume esagerato. Maximo Park rottura di coglioni, anche peggio dei Kaiser Chiefs. Fortunatamente c’è il signor Chinarro, cantautore spagnolo iper-popolare, che vestito in maniera improponibile propone ballate che mi ricordano vagamente i Church. i Wedding Present non li conoscevo e continuo a non conoscerli, ma mi sono piaciuti molto, nonostante non mi ricordi che musica suonino. ci si sposta con lauto anticipo nella zona verde, consci di doverci sorbire gli Hot Hot Heat, che rientrano nel calderone "fuffa" insieme ai Kaiser e ai Maximo. dieci emmezza, Nick Cave. troppo stanco per godermi al 100% il concerto, troppe poche le canzoni che conosco. ma quest'uomo, è un grande. non lo puoi ignorare, il signor Cave, non puoi stargli davanti senza metterti a pensare a cosa ha fatto nella vita un uomo così. da dove viene, quanti lavori ha fatto, con quante donne è stato, quante persone ha ucciso, quante canzoni ha sputato sui palchi di tutto il mondo. ne conosco poche, ma mi bastano. basta una cazzonissima Deanna cantata da tutto il pubblico, una Mercy Seat cattivissima, e poi Tupelo, Tupeloooooooooooooooo...
dal risotto alla merda, ed ecco i fratelli Gallagher e il batterista raccomandato. tutti in piedi, noi seduti e sdraiati. chi cerca di dormire, chi cerca fumo. intanto gli Oasis suonano, e anche decisamente male. Liam solito simpaticone, perdipiù senza voce, i pezzi nuovi non sono come i classici vecchi, pur sempre canzoni con la C maiuscola, che però vengono una merda. ci si alza in piedi per Wonderwall, e uno non può che emozionarsi. quante volte ho ascoltato quella canzone? quanti la conoscono? tutti. dopo i Beatles, Wonderwall. sono fortunati, gli Oasis. hanno un pubblico infinito, la giornata con più affluenza, tutti a cantare e a prolungare i nitriti del Gallagher. fanculo a loro.
i Kasabian son forse meglio, li odo in lontananza. LCD Soundsystem è tunz tunz, e per questo non mi è troppo simpatico. pero', che dire, ci sa fare, e va a finire che mi prendo bene, e se avessi più forze starei lì tutta la notte a bere e ballare.

S'è parlato molto, qui nella blogsfera, di Benicassim e del nostrano Frequenze Disturbate. ho letto cose come "boicotta Benicassim", senza capirne il perchè. respirare l'aria di quattro giorni di concerti, quaranta ore sotto palchi diversi, artisti che fino a qualche mese prima sognavo di vedere, una trentina di ore in tenda a dormire, e una settimana di mare e cazzeggio, in mezzo a spagnoli, inglesi, tedeschi, francesi, norvegesi, rumeni, qualche italiano e chissà chi altro. credo che bastino queste parole per far crollare quel "boicotta Benicassim, Benicassim è mainstream, è associato all'heineken bla bla bla bla bla".

Concerti a parte, non si può vivere di soli concerti, sono un melomane del cazzo, lo so. concerti a parte, è stata anche e soprattutto l'estate del diluvio universale, degli uomini nudi sotto la pioggia, dei carrelli della spesa, della napolitana e cioccolata calda in pasticceria, dello zumo, di Besterberg, della sangria post-scottatura, dei bagni di mezzanotte in piscina mai fatti, dell'ombra delle palme, dei maledetti giornalisti snob con l'accredito (brutta storia, l'invidia), di Julie Christie, del "mi fa, e io gli faccio, e lui mi fa, e io..."

E poi l'estate di Palermo, anzi di Mongerbino, delle 4328906 ore in treno, di Pippen e Jordan, di Mike e Patton, del pani ca meusa, del "che palle il ferragosto in Sicilia" di "sbronza rum e arancia - come ovviare al ferragosto in Sicilia" del "Io sono Lou Barlow", delle arancinE, dei Decemberists in macchina, di "posso fare un piritino?", del mare con gli scogli, del mare con le pietre, delle pietre sulle pietre, del mare con la sabbia, della sabbia negli occhi, della Forst, dei melloni, di "bau!", della valle dei templi, delle fugghiute ch'i carrubbi inchiummusi, di "green green leaves, falling from the trees" e del fottuto Napoleone, dei cugini che parlano troppo, dei 150 in curva "porco *** Lucio!" delle "girls just wanna have fun", della pasta martorana con la peperonata, dell'aggaddo power,  del Bibi e della Marica, dei Vietcong in Sudamerica e del "National Geographic? National Prison!", di Catania, Erice, Mozia, Taormina, dei "hiii haaa! parapappà, ye ye ye ye ye ye yeee!", di tutto quello che non ricordo ma che sarà stato fantastico, dei vecchi amici e dei nuovi amici, e di tutte le persone incontrate in terra sicula.
è stata una splendida estate.

[all pics by McGava]

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 01:58 | link | commenti (14)
coffee and cigarettes, the soundtrack of my life

giovedì, 19 maggio 2005

Italia sì, Italia no, la terra dei cachi! (che cazzo centra sto titolo non lo so. è che ce lo volevo mettere)


Io aborro le catene. ma se questa donna qua vuole che io faccia di queste cose, facciamole, va.

1.volume totale dei file musicali:

8802 brani, 34,5 giga. se succede qualcosa a C: c'è rischio suicidio.

2.l'ultimo cd che ho comprato:

Big Star, # 1 Record, dal singer Mike a soli 5 euri (affarone, raga!)

3.canzone che sta suonando ora:

"Please Remember Me", Franklin Delano

4.cinque canzoni che ascolto spesso e che significano molto per me:

"Some Sinatra", Secret Stars
"Hardly Getting Over It", Husker Du (coi due puntini sulle U, per essere pignoli)
"Suds & Soda", dEUS
"Isn't it Forever", Field Mice
"Seven", Sunny Day Real Estate

5.le cinque persone a cui passo il testimone:

il Cozza
il Caparezza (che si incazzerà come una bestia)
la Sullina
la Giuppina
lila

Mò so' cazzi vostri.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 22:26 | link | commenti (20)
the soundtrack of my life

venerdì, 13 maggio 2005

periodo strano questo.
finalmente mi ritrovo a studiare per un'esame che veramente mi piace e che aspettavo da tempo. passerei volentieri l'intera giornata svaccato sul letto ad assimilare la struttura delle canzoni dei Beatles, e invece succede che non ho tempo, che la mattina ci sono tutte queste piccole noie tipo: dormire, andare alle poste, comprare l'acqua and so on.
faccio pranzo, pisolino davanti al commisario Rex, e via, in un'altra dimensione: il teatro.
la mia carriera d'attore è finita. liquidato, fatto fuori. dall'oggi al domani sono diventato assistente alla regia, o qualcosa di simile. mi aggiro senza meta su un pavimento a piastrelle, osservando buffi umani che camminano avanti indietro, si saltano addosso e si distruggono le spalle lanciandosi contro delle lastre trasparenti. riprese della Rai come condimento. ora, io non so come questa inetichettabile forma di teatro possa trasformarsi in Romeo e Giulietta, ma giuro sui God Machine che, anche se la mia utilità non mi è ancora chiara, tutto questo è molto piacevole.
ed è bello, al termine di questa giornata tipo, andare a sedersi al teatro Juvarra a gustarsi, dopo grandi pressioni sicule, i torinesi Larsen e gli (o i?) Xiu Xiu.
e alzarsi un paio d'ore dopo, a bocca spalancata, senza avere un cazzo da dire.

grazie a me stesso per la foto.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 14:03 | link | commenti (12)
coffee and cigarettes, the soundtrack of my life

giovedì, 05 maggio 2005

Torino è la mia città!  (post pubblicitario)

qui a Torino, io non ho capito se esiste una scena musicale. sicuramente esistono troppe band che vogliono emergere e che nuotano nella merda, e pochi fortunati che galleggiano nell'oro.
Gli Eiffel 65. quelli che credono di essere "blue dabudi dabudaaa" (ma vaff...). ogni tanto, in zona, vedo quel pelato bastardo del cantante, che a quanto pare abita proprio sotto casa sua. a chi riesce a trovare almeno un pregio di questa sincera band torinese, regalo un plettro marrone bello appuntito. da infilarsi in culo.
poi ci sono i Subsonica. per la carità, siamo anni luce dagli universi paralleli degli Eiffel 65. ma nella loro musica c'è qualcosa che non va. che non va giù, che non assimilo completamente. forse, la verità, è che non digerisco lui, Samuel, il cantante. idolatrato da metà della popolazione femminile torinese, lui e il suo cappellino nero sempre in testa (alopecia? prova con Cesare Ragazzi!). e mi rattrista pensare a quel grande amante del tonno di Dejan, un uomo solo, che nessuno caga.
I Linea 77 prendono il nome dalla linea di bus 77. la loro musica mi è un tantino distante. e forse anche per questo non so dove passi il 77. pero' dai, sti Linea 77 spaccare spaccano, son dei ragazzoni belli robustelli che hanno voglia di urlare. lasciamoli fare. per il momento mi basta non incotrarli quando torno a casa la sera.
I Perturbazione. lavoratori trentenni con l'hobby della musica. il meglio della scena musicale italiana. avercene.
e poi ci sono loro, il nocciolo di questo post: Gli Squirrel. anche loro di Torino. potrei dire chi sono e che musica fanno. e invece no. se volete cliccate qui e scaricatevi i loro tre pezzi dal "John Coltrane EP", il loro esordio. io ve li consiglio, e sono sicuro che un giorno saranno qualcuno. poi se preferite le chitarre a doppio manico di quel ciccione di Max Casacci, fate vobis.
uomo avvisato mezzo ammazzato.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 21:14 | link | commenti (10)
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giovedì, 28 aprile 2005

Milano.

A Milano, di notte, c'è il mare. E' un mare di persone che, nascoste dall'oscurità, nuotano da un locale all'altro per pescare o per farsi pescare, un po' esche, un po' squali disinvolti e impacciati. E' un mare di guai, nelle bische volanti di Piazza Tirana, dove un dado e una pallottola rimediano sempre un buco di troppo. E' un mare in burrasca alla disperata, frenetica ricerca del divertimento prima che faccia giorno. E' un mare di equivoci in cui i travestiti brasiliani si spacciano per ex ballerine Oba Oba, ostentando, anzichè la voce delle sirene, baritonali listini dei prezzi. E' un mare che a tratti può apparire deserto e ti sembra che non ci sia in giro nessuno, ma sai che è profondo come l'oceano e, come l'oceano, abitato. E' un mare in cui potersti perderti se non ci fossero le luci dei locali aperti a farti da faro, se non ci fossero finestre illuminate anche in palazzi quasi completamente addormentati, come a dirti che a Milano le case dormono con un occhio solo. E poi ci sono i fari delle auto che dragano la città per mettere a fuoco una tentazione. I buchi dei dadi, dei proiettili, delle siringhe, delle narici da dove esce muco ed entra cocaina, i buchi del corpo umano eletti a custodi del piacere della carne. Da tutti questi buchi, di notte a Milano, fuoriesce l'acqua, da tutti questi buchi, al mattino, l'acqua rientra e nessuno ha il coraggio di ricordare che a Milano, di notte, c'è il mare.

(Andrea G. Pinketts, da "il vizio dell'agnello")

Bloc Party.

mentre i Parens, il 25 aprile, sono in piazza Vittorio a saltare goffamente davanti ai Modena City Ramblers, io e Lucio, il 25 aprile, siamo a Milano.
Milano grigia come sempre l'ho immaginata. Milano chi ti vende dolci alla nutella, e con sommo sbigottimento, scopri che al posto della nutella c'è la mela. Milano coi cessi della stazione a pagamento, grande resistenza della vescica nella festa di Liberazione.
Milano, il Transilvania e i Bloc Party.
la somiglianza tra il Transivania e il locale pieno di gnocca e lupi mannari di "dal tramonto all'alba" è macabra. ma siamo sempre a Milano, e infatti sul palco si presentano quattro COglioni con la C e anche la O maiuscola: i Deasonika. fintamente metal, incapaci, spiritati e cattivi, involontariamente comici. cercano di rovinarti la serata con le loro interminabili lagne apocalittiche. tempo di cambiare gli strumenti e ricoglionirsi con musica a volumi spropositati, ed ecco che i Bloc Party giungono sul palco. nel giro di due canzoni mi ritrovo a smanacciare per trovare aria respirabile e visuale decente. assumo strane forme, divento piatto con la regia dei Vanzina, incasso gomitate in faccia con onore. l'omino del cervello suggerisce di posizionarsi attorno a sincere fanciulle truccate: più morbide, meno invasate, e anche più profumate. così mi ritrovo sotto l'ascella di una bionda che profuma di rosa. vabè, rosa appassita.
 e i Bloc Party?
ah, giusto.
i Bloc Party sono i Bloc Party. Singer nero come i muri del Transilvania, batterista nipponico, bassista ricciolo e cattivo, chitarrista bambino sfigato. sono affabili. piacciono, fanno ballare, sono allegri, positivi, giovani, carini e anche forse disoccupati. fanno quello che fanno perchè hanno voglia di farlo, e lo si vede dai loro sorrisi. attaccano con like eating glass, strano ma vero. l'album c'è quasi tutto, e in più un paio di canzoni dall'EP e una nuova chicca che a primo impatto sembra ottima. difficile dire quale sia stato il momento migliore. certo che helicopter, banquet e price of gas spaccano il culo anche ai Franz Ferdinand.
facciamo in tempo per il bis, e alle 23.20 finisce tutto. ed ecco due coglioni che si precipitano fuori dal locale tarantiniano, non ancora l'alba ma già passato il tramonto, e corrono per le vie di Milano verso la verde piazza bande nere (or something like that). all we need is: time. e il tempo ci basta, per beccare l'ultimo treno disponibile, e riposarsi sulla Milano-Torino, cullati dai dialoghi interminabili di due rumene dai facili costumi.

Entrance.

dopo una bella dormita, un giretto a palazzo nuovo, un cinema e una lezione, serata all'Hiroshima.
Entrance è un pazzo. non ha neanche un sito suo. è un pazzo di quelli che servirebbero in questo mondo di merda. è un pazzo buono, un pazzo innocuo, un pazzo che suona con la faccia rivolta verso il muro, senza guardare le trenta persone che lo ammirano nello stanzone nero dell'Hiroshima. un pazzo timido, che si nasconde dietro la sua barba e i suoi capelli lunghissimi, e imbraccia la sua chitarra da mancino, sebbene la chitarra non sia da mancino, come se fosse un figlio. per poi abbandonarla dopo due canzoni dicendo: uhm. this guitar is broken. non suonerò più con questa chitarra.
canta le sue canzoni con quel tamburello che, passatemi il termine, lo chiamerei sonaglio, sonaglietto o che cazzo ne so, che proprio non so come si chiami. poi recupera la chitarra, quella rotta, l'accorda in, diciamo, 20 minuti, superando anche i miei record, appoggia il tamburello sonagliato a terra e lo pesta a tempo, mantenendo la concentrazione sulla chitarra. è un godere vederlo suonare, queste dita messe al contrario e il piede che cerca di controllare il, vabè, quello lì che c'è a terra.
il suo è blues. ma un blues strano, acido ma caldo, sinistro, neanche poi così blues da essere definito tale. è Entrance, cazzo. con la sua voce che si alza e si abbassa, la sua barba, il suo vestito nero, la sua preghiera perchè qualcuno a fine concerto gli venda del fumo, e il suo sguardo perso verso il muro.

Micah P. Hinson.

Esco a fumare dopo Entrance. Micah è lì, con il batterista e il bassista, amici sicuramente. fuma tranquillamente, è tranquillo, rilassato, guarda il poster dei Marlene Kuntz e si chiede con gli altri se si legga kunz o kanz. gli cade la sigaretta dalle labbre, la raccoglie imprecando qualche santo texano, e la finisce. fa per rientrare, ma il batterista ancora sta fumando. si gira, lo vede. sorride. esce di nuovo e lo aspetta. questo è micah P. Hinson.
un ventenne o giù di lì, qualche chilo di troppo, camicia profondamente americana, e cappellino spillettato sopra i due fondi di bottiglia.
torno dentro, e le mie gambe trovano uno sgabello. tutto l'hiroshima in piedi, happy when it rains sullo sgabello. mi sento privilegiato. e per questo mi sento in dovere di cantare le canzoni dell'amico P. non le conosco tutte, ma tre o quattro proprio mi si sono conficcate in testa da gennaio, e ogni tanto mi sveglio e canticchio quella prima frase: close your eyes...
Micah me lo aspettavo diverso, ma forse è un piacere vederlo correre da una parte all'altra del palco incrociando gli sguardi degli altri due. alterna un vocione caldissimo che mi piace davvero molto, a voci incazzate e urlate, isteriche. e ogni tanto, ecco che parte il distorsore, attacca la batteria e via schitarrate texane. 
sono giovani, cazzo, come i Bloc Party. hanno la mia età e vanno in giro per il mondo. farà strada, questo cantautore folk.
verso la fine, Micah presenta "one of his favourite songs". ed è anche la mia preferita, in assoluto: Patience. l'apice della serata e del disco.
si chiude con una cover di John Denver. senza bis.
perchè dopo due serate così, chi lo voleva il bis? 

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 01:30 | link | commenti (8)
the soundtrack of my life

venerdì, 01 aprile 2005

Io Mi Rompo I Coglioni


La fregatura è che non tutti la pensano come te. persone con cui hai condiviso momenti, con cui la mattina ti divertivi a sfottere il prof di storia e filo di comunione e liberazione e la sera chiacchieravi di fronte a una guinness media e una sigaretta appena spenta. ecco, che cazzo.
tu te ne vai a vedere
Bugo, un grande bambino che non fa bis. Ti ritrovi alla Casseta Popular insieme al fido compagno di concerti Lucio, ti bevi la tua rossa con l'anima in pace, fai quattro amabili chiacchiere circondato dalle solite facce note che popolano le serate indie torinesi. E poi la musica, Tommaso e Gigi dei Perturbazione, i Chomski, quel folle amante del tonno di Dejan e, dulcis infundo, Bugo, il grande bambino che non fa bis. quello che quando si rompe i coglioni gli entra nel naso una polvere. e se non gli è entrata ieri sera, sta di certo che aveva bevuto il giusto. a quanto pare lui non si è rotto i coglioni. noi ci siamo divertiti e non poco, in quello scantinato, a due metri da Bugo e da quegli ampli più piccoli del mio, a urlare "questa storia è qualcosa di...di spettacolaaaaaaaaaaare", e ridere di un personaggio capace di tenere un accordo quasi un minuto per trovare gli occhiali da sole nascosti nella borsetta per sentirsi più figo. un evento, una piccola serata che vale più di un Heineken Jammin' Festival intero.
il giorno dopo non hai l'anima in pace. colpa dei freddi e fottuti sms, colpa delle solite parole di troppo, delle discoteche. è che qui, zitti zitti, siamo arrivati all'anno dei 20. qui sta la fregatura. università, sì sì, che figata. maturità, siamo grandi, facciamo il cazzo che vogliamo. e le strade inevitalmente si dividono. chi a un concerto preferisce una serata in discoteca, chi mette da parte i suoi pochi risparmi per una fotocamera digitale e qualche simpatico cofanetto o dvd, e chi preferisce spenderli in minigonne e ingressi nei locali; chi vorrebbe organizzare delle serate tra amici a casa, davanti alla tele, bottiglia in mano e una un film australiano o giapponese dentro il lettore, scambiarsi due opinioni e farsi tre risate; chi invece preferisce tirare tardi ballando house nel centro di Torino. chi ci tiene a raccontare quanto è stato divertente il concerto di Bugo, e chi Bugo non sa chi sia e non gli interessa affatto, perchè in fondo i cubisti dello Chalet sono molto più interessanti.
La fregatura è che mi cadono i coglioni, quando mi accorgo di queste cose. cadono i coglioni quando, detto tutto ciò, viene a mancare il rispetto, l'affetto, la considerazione e la fiducia di chi pensavi ti fosse vicino. quando qualcuno ti fa sentire diverso, quando si offende perchè perchè il sabato sera uscirai e bere qualcosa in compagnia di un paio di ragazze conosciute al mare anzichè spendere 15 euro per entrare nella già menzionata discoteca, tra fighetti di periferia e cubiste mezze nude.
non sono la persona che si crea il proprio mondo e rifiuta tutto il resto. ho viaggiato, ho visto e accettato tante cose diverse. ho amici di destra, e ci scherzo su, tollerando la faccenda. ho amiche che convivono con la musica techno da parecchi anni, persone che ragionano in maniera diversa da me, che amano cose che io detesto. ma pur sempre amici, veri e sentiti. quello che non tollero è solamente essere preso per il culo.
ma in fondo, come mi è stato detto, io sono pazzo ed è meglio che vada a farmi una dormita.
quindi, buonanotte.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 01:40 | link | commenti (15)
the soundtrack of my life

venerdì, 25 marzo 2005

On Fire

corre l'anno 1989. in Inghilterra gli Stone Roses esordiscono con un'album omonimo, un'album pop che suona fresco anche adesso, nel 2005. in America gli spacemen 3, dei ragazzi bruciati che suonano la chitarra seduti per terra, pubblicano il loro quarto album, Playing with fire. che musica sia ancora non l'ho capito, space rock, post qualcosa, psichedelia pura, forse. loro ci giocano col fuoco. a Boston non si gioca col fuoco. a Boston c'è il fuoco. C'è On Fire, di questi tre ragazzetti appena lauerati. On Fire, il loro secondo album. Galaxie 500. la galassia 500. il nome fa quasi paura, mi immagino electro-pop futuristico anni 80. per anni li rinnego. poi me li procuro, cominciando dall'album di mezzo, che se spesso il primo è immaturo e l'ultimo è sempre un po' svenduto, sull'album di mezzo vai sempre sul sicuro. e rimango folgorato da questi Galaxie 500. capita raramente di innamorarsi al primo ascolto.
i Galaxie 500 sono in tre. niente di meglio che una bassita, un batterista e una chitarra neozelandese che canta pure. canzoni da 4 minuti, canzoni da 3 accordi. una chitarra che suona esattamente come la mia Epi vecchia e scassata. quel suono di chi infila il jack in un ampli usato, senza un minimo di distorsione nè effetti strani, e ripetutamente la sol do, la sol do. una chitarra che può piacere solo a chi suona, a chi fa finta di saper suonare. essenziale, quasi sgradevole. un basso minimale, che quasi non lo senti. una batteria soffice ma sempre presente. una voce, che se è vero che si chiamano Galaxie 500, proviene dal futuro. una voce che è difficile descrivere, quella di Dean Wareham. una musica suonata sotto l'acqua e una voce che arriva dal cielo. falsetto e cori alternati dalla sola musica, un vortice che bussa alla porta della psichedelia senza mai entrarci, una chitarra fluttuante che cresce secondo dopo secondo, con arpeggi e assoli che sarei in grado di fare anche io, ma senza quella intensità. fino alla trance dell'ultimo secondo, lo stesso secondo in cui la sveglia suona e pensi: cazzo, è stato tutto un sogno.
sostanzialmente ai Galaxie 500 non importava molto della tecnica, di diventare famosi o chissachè. le loro canzoni sono una la copia dell'altra, ballate eteree da ascoltare sdraiati su un prato guardando le nuvole muoversi. canzoni sognanti e malinconiche, ma una malinconia con una via d'uscita. non inquietanti quanto i Red House Painters, nè solenni o deprimenti. canzoni che partono da un sussurro di chitarra e crescono, canzoni di 4 minuti che si incazzano e iniziano a scalpitare, pur sempre nella loro leggerezza. e la voce si fa sempre più calda, le chitarre si intrecciano e la batteria pulsa frenetica.
c'è sempre qualcuno a supportare i Galaxie. ci sono altre chitarre, c'è un meraviglioso sax solista di uno dei musicisti della band di Tom Waits in Decomposing Trees, e una voce femminile, quella della bassita Naomi Yang, in Another Day. E poi, ci sono tre cover, che senza conoscerle suonano tali e quali alle altre canzoni, tre tasselli in più a completare l'atmosfera. Isn't it a pity di George Harrison, Victory Garden dei Red Crayola e la splendida Ceremony degli appena nati New Order, più bella, in my happy opinion, dell'originale.
se dovessi scegliere 5 dischi da portare con me su un'isola deserta, On Fire sarebbe uno di quelli.

Now, I'm crawlin on the floor
Makin noises like a dog
Makin noises you can't hear
Starin at the wall
And waitin for your call
When, when will you come home?

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 02:29 | link | commenti (6)
the soundtrack of my life

giovedì, 17 marzo 2005

I'm a Loser, Baby...

capita che le serata si capovolgono. una sera stai sopra il palco, chitarra sulle spalle strette e plettro giallo tra le dita tremolanti. hiroshima, mon amour. la sera dopo sei sotto il palco, un po' di stanchezza sulle spalle strette e una birra rossa tra le dita ferme. ogni tanto guardi quel palco illuminato, quel rimasuglio di nastro adesivo sul legno del palco, e dici: cazzo, ieri sera ero lì sopra, proprio lì, sul nastro adesivo. una sera sei il chitarrista dei JoinTime, che non importa che siano conosciuti solo da quei quattro amici che anche se fai cagare ti diranno: "sei stato grande". sei il chitarrista, sul palco, a sudare freddo di fronte a quelle 17 persone contate. a suonare col cuore, visto che le dita non sono all'altezza e l'omino del cervello s'è impadronito della mente e continua a urlare "vaffanculo, vaffanculo a tutti, viva il rock'n'roll!". per la cronaca, classificati quarti alla seconda serata di un'inutile concorso.
la sera dopo sei nello stesso posto, ma sotto. sopra questa volta c'è Sondre Lerche. un simpatico bambinone norvegese. da non amare nè odiare. da ascoltare e dire: "cazzo, è proprio bravo!". e poi tornare a casa e non ascoltarlo mai più, forse. Io me lo vedo, il Lerche, che dalla Norvegia, zaino in spalla, prende un volo insieme al suo amico biondo, armato di chitarre e quattro parole di italiano - prego, grazie, arrivederci, mozzarella - e si spara quella mezza dozzina di date, davanti a quel centinaio di persone a serata che gli permettono di pronunciare "prego, grazie, arrivederci" e di mangiare un po' di mozzarella, ogni tanto. e poi torna nella sua casetta immersa nel verde, a fischiettare Sleep On Needles e scrivere una manciata di canzoni seduto davanti al caminetto, tutto solo. chi lo sa, potrei sbagliare, certo. se vedete Sondre Lerche alla guida di un Porsche accompagnato da una modella polacca avvisatemi.
quindi vaffanculo a tutti gli MTV-rappers coi catenazzi al collo, i macchinoni e le tipe strafighe, vaffanculo ai Marilyn Manson e alle Britney Spears prodotti a tavolino e pieni di soldi, vaffanculo anche ai Good Charlotte che quel riff di chitarra stracopiato dalla storia del rock fa ridere anche i polli norvegesi, vaffanculo agli Stone Temple Pilots e viva i Pavement, Sondre il Lercio e soprattutto il socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax. amen.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 02:32 | link | commenti (7)
the soundtrack of my life

domenica, 06 marzo 2005

Il Cielo su Berlino



Torno a casa con 5 freddi giorni in più da raccontare. che uno è quasi sempre felice di tornare, tornare a casa, dagli amici e dalle solite cose. poi mette piede in Italia, gli amici hanno le stesse facce e poche cose da dirti, Torino è sempre la stessa e le solite cose, beh, domani rinizieranno. e così ti rendi conto che vorresti essere ancora lì, anche solo per un giorno, a Berlino.
perchè?
- la gente è rilassata e posata, gentile quanto basta senza essere stucchevole o assillante.
- perdersi nei meandi della U-Bahn è molto più eccitante di aspettare il 13 per delle ore.
- non ci sono cacche di cane sui marciapiedi.
- la vita è cara, tanto quanto l'Italia. con l'unica differenza che la birra te la regalano e i cd costano la metà.
- le bionde berlinesi dagli occhi di ghiaccio. il massimo.
- la Berlino da vedere, il muro, i musei, l'archittettura, Alexanderplatz, Potsdamerplatz e chi più ne ha più ne metta.
- il Kebab di Kreuzberg, quartiere turco, anarchico e punkettone.
- la vita notturna di una città che non spegne mai la luce.
- le Kartoffeln, ottime.
- l'arte, anche quella di strada, ha vita più facile.
- quella sorta di profumo di libertà, di grandezza, di aria pulita, nelle larghe strade di una città che si sta costruendo una storia nuova.
- la neve si posa sulle strade e non si scioglie.

e mentre l'Italia stava comoda seduta a guardarsi il Festival di Sanremo e i fottuti americani si confermavano più incivili degli iracheni, la Berlino indie era al concerto dei Trail of Dead e Dead Meadow, vicino alla stazione Ostbanhof, tra birra, stage diving, due batterie e tre chitarre, un suono sporco ma potente, tanta di quella gente che a Torino la si vede solo per Laura Pausini. c'ero anche io, solo ma felice. nel quartiere più cesso di Berlino, intrufolato tra biondi 1 metro e 90 con la magliettina di Bright Eyes. non poi così lontano da casa.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 16:27 | link | commenti (15)
the soundtrack of my life, amenità assortite

sabato, 26 febbraio 2005

Nothing Makes Sense

Jennifer Gentle. che uno già pensa a una timida voce femminile, magari un po' folk. e invece no. cinque cazzoni, cazzoni sul serio. cazzoni seri. seriamente cazzoni. ma grandissimi. molto Syd Barrett e poca tecnica, tanti "yahoo!" e una manciata di accordi. qualche strumento impensabile,  e una strana vocina all'elio. c'era da rimanere spiazzati ieri sera, al più che noto hiroshima mon amour: sul palco si passa dalla psichedelia pura al noise più eccitante. sotto il palco, quattro coglioni a fremere e cantare a squarciagola "I Do Dream You" (tau-na-na-na na!)
memorabili Jennifer Gentle.
c'è chi, in marsvoltiche opinioni, è pronto a far fuori il chitarrista capellone. chi invece grida "disco dell'anno! concerto dell'anno!" un po' scherzando ma anche no.

il mio, di disco dell'anno, io so già qual'è. e non mi rompete il cazzo che è ancora febbraio.
questo è mio il disco dell'anno.

l'omino del cervello ha dettato l'ennesima cazzata a happy_when_it_rains 14:21 | link | commenti (8)
the soundtrack of my life

 

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